ITALIANO

Il grande serpente di mare

ENGLISH

The great sea serpent


C'era una volta un pesciolino di mare di buona famiglia; il nome non me lo ricordo, ma te lo possono dire gli esperti. Quel pesciolino aveva milleottocento fratelli, tutti uguali a lui; non conoscevano né il padre né la madre e dovettero immediatamente provvedere a se stessi e nuotare qua e là, ma per loro era un gran divertimento. Avevano abbastanza acqua da bere, tutto l'oceano, e al cibo non pensavano, lo trovavano comunque! Ognuno avrebbe seguito la propria inclinazione, ognuno avrebbe avuto una sua storia; ma a questo nessuno di loro pensava.
Il sole brillava sull'acqua che luccicava intorno a loro, era trasparente, un mondo pieno di figure stranissime, alcune spaventosamente grosse, con fauci enormi, che avrebbero potuto ingoiare tutti i milleottocento pesciolini, ma loro non ci pensavano neppure: nessuno di loro era ancora stato ingoiato.
Quei piccoli nuotavano tutti insieme, vicini tra loro, come fanno le aringhe e gli sgombri, ma proprio mentre se ne nuotavano beatamente e non pensavano a nulla, cadde dall'alto, con un rumore terribile, giusto in mezzo a loro, una cosa lunghissima e pesante, che non finiva mai; si allungò sempre di più e ogni pesciolino che ne veniva toccato rimaneva schiacciato o subiva un colpo tale da non riprendersi più. Tutti i pesciolini, e anche quelli grandi, dalla superficie del mare fino alla parte più profonda, si spostarono di fianco atterriti; quella cosa pesante affondava sempre più, diventava sempre più lunga, lunga parecchie miglia per tutto il mare.
I pesci e i molluschi, quelli che nuotano, che strisciano, o che si lasciano trascinare dalle correnti, tutti notarono quell'oggetto terribile, quella smisurata e sconosciuta anguilla che improvvisamente era giunta dall'alto.
Ma che cos'era? Noi lo sappiamo! Era il grande cavo telegrafico, lungo parecchie miglia, che gli uomini avevano calato tra l'Europa e l'America.
Nel punto dove il cavo venne calato ci fu un grande spavento, una grande agitazione tra i legittimi abitanti del mare. Il pesce volante si lanciò sopra la superficie, più in alto che potè, anche la gallinella fece un salto fuori dall'acqua, come un colpo di fucile, perché era capace di farlo; altri pesci invece si diressero verso il fondo del mare a una tale velocità che arrivarono laggiù prima che vi giungesse il cavo telegrafico così spaventarono sia i merluzzi che i rombi, che giravano tranquillamente sul fondo del mare mangiando i loro simili.
Alcune oloturie si impaurirono tanto che sputarono fuori il loro stomaco, continuando comunque a vivere, perché loro possono farlo. Molte aragoste e molti gamberetti uscirono dalle armature, lasciandovi le zampe posteriori.
Con tutto quello spavento e quell'agitazione, i milleottocento fratelli si divisero e non si incontrarono più, o meglio non si riconobbero più; solo una decina di loro rimase insieme, e dopo essere rimasti fermi qualche ora, si rimisero dal primo spavento e cominciarono a incuriosirsi.
Si guardarono intorno; guardarono in su e in giù, e sul fondo credettero di vedere quell'oggetto terribile che aveva spaventato loro e tutti gli altri, grandi e piccini. La cosa giaceva sul fondo del mare, lunga fin dove potevano vedere, e molto sottile, ma loro non sapevano quanto si sarebbe potuta ingrossare o quanto forte fosse. Se ne stava lì ferma, ma loro pensarono che lo facesse per malizia.
«Lasciatela stare, lasciatela stare! A noi non interessa!» disse il più prudente di quei pesciolini. Ma il più piccolo non volle rinunciare a capire che cosa fosse quell'oggetto; era venuto dall'alto, quindi là in alto avrebbero forse potuto sapere qualcosa; così nuotarono verso la superfìcie del mare: il tempo era molto bello.
Incontrarono un delfino; questo è un tipo strano, un vagabondo marino in grado di fare le capriole sulla superfìcie del mare; ha gli occhi per guardare e quindi doveva aver visto qualcosa e poter dare informazioni; glielo chiesero ma quello pensava solo a se stesso e alle sue capriole: non aveva visto nulla, non sapeva cosa rispondere e quindi tacque dandosi molta importanza.
Allora si rivolsero alla foca, che stava per buttarsi in acqua; quella fu più gentile, nonostante mangi i pesciolini! quel giorno era sazia. E ne sapeva un po' di più di quel pesce saltatore.
«Per molte notti sono rimasta sulla pietra umida guardando verso la terra, a molte miglia da qui, dove si trovano creature astute che nella loro lingua si chiamano uomini; quelli ci tendono insidie, ma la maggior parte delle volte riusciamo a sfuggire loro; l'ho capito io e l'ha capito anche quell'anguilla di cui voi chiedete notizie. Era in loro potere, è rimasta sulla terra ferma per moltissimo tempo, poi da lì l'hanno portata su un'imbarcazione per trasportarla in un altro paese molto lontano. Io ho visto che fatica hanno fatto, ma ci sono riusciti; forse quella si era indebolita a stare sulla terraferma. La arrotolarono in cerchi e ghirlande, sentii come si scuoteva quando la posavano, ma riuscì a sfuggire. Gli uomini la tennero con tutte le loro forze, molte mani la tennero stretta ma quella scivolò giù verso il fondo; ora si trova là, immagino, per il momento!»
«È molto sottile!» dissero i pesciolini.
«Ha sofferto la fame!» replicò la foca «ma si riprenderà presto, e tornerà a essere grande e grossa. Credo che sia il grande serpente di mare di cui gli uomini hanno così paura e di cui parlano tanto; non l'ho mai visto prima e non ho mai creduto che esistesse; ora invece lo credo: è quella» e la foca si tuffò.
«Sapeva tante cose! Quanto ha parlato!» commentarono i pesciolini. «Io non ho mai saputo tante cose prima! Purché non siano storie!»
«Potremmo andar giù a controllare» disse il più piccolo. «Lungo la strada sentiremo l'opinione degli altri.»
«Noi non vogliamo dare un solo colpo di pinna per sapere qualcosa!» risposero gli altri voltandosi.
«Ma io sì!» disse il più piccolo, e si diresse verso il mare più profondo. Ma era molto lontano dal luogo dove si trovava "la grande cosa affondata." Il pesciolino si mise a cercare da tutte le parti nella profondità del mare.
Mai prima d'allora aveva realizzato quanto fosse grande il mondo. Le aringhe passavano a grandi frotte brillando come un'enorme nave d'argento, gli sgombri seguivano tutti in gruppo e erano ancora più belli, c'erano pesci di ogni grandezza e con disegni di ogni colore, le meduse, che sembravano fiori traslucidi, si lasciavano trasportare dalla corrente. Sul fondo crescevano grandi piante, erbe altissime e alberi a forma di palma, ogni foglia era occupata da un crostaceo che scintillava. Finalmente il pesciolino vide sul fondo una lunga striscia scura e si precipitò in quella direzione; ma non era né un pesce né il cavo, era il parapetto di una grande nave affondata, il cui ponte e la coperta si erano rotti alla pressione dell'acqua. Il pesciolino entrò in una stanza: le molte persone affogate quando la nave era affondata erano state ormai spazzate via, ma ne restavano due: una giovane donna coricata con il suo bambino tra le braccia. L'acqua li sollevava e era come se li cullasse: sembrava che dormissero. Il pesciolino si spaventò parecchio, non sapeva che non si sarebbero potuti svegliare più. Le piante acquatiche pendevano come fogliame dal parapetto, proprio sopra i due bei corpi della madre e del bambino. C'era un tale silenzio, una tale solitudine. Il pesciolino si affrettò fuori più presto che potè, fuori dove l'acqua era più luminosa e dove si vedevano altri pesci. Non era andato molto lontano quando incontrò una giovane balena, terribilmente grande.
«Non ingoiarmi!» disse il pesciolino «sono così piccolo che non sono neppure un bocconcino, e poi mi piace molto vivere!»
«Che cosa fai qua giù, dove quelli della tua specie non arrivano?» chiese la balena. Così il pesciolino raccontò di quella lunga e straordinaria anguilla o qualunque cosa fosse, che si era calata dall'alto e aveva spaventato anche il più coraggioso abitatore del mare.
«Oh!» esclamò la balena aspirando tanta acqua che dovette gettare uno zampillo enorme quando risalì per tirare il fiato. «Oh!» ripetè «è quello allora che mi ha fatto il solletico sulla schiena mentre mi voltavo! Credevo fosse l'albero maestro di qualche nave e che avrei potuto usarlo per grattarmi la schiena; ma non era da queste parti. No, quella cosa si trova molto più lontano. Voglio andare a vedere, tanto non ho altro da fare!»
Così nuotarono, quella davanti e il pesciolino dietro, non troppo vicino perché dove la grande balena fendeva l'acqua si formava un'ondata molto violenta.
Incontrarono un pescecane e un vecchio pesce sega, anche loro avevano sentito di quella strana anguilla di mare, così lunga e sottile; non l'avevano vista ma lo desideravano.
Poi giunse un pesce gatto.
«Vengo anch'io!» disse; voleva accodarsi agli altri.
«Se quel grande serpente di mare non è più grosso di una gomena lo spezzerò con un morso!» e aprì le fauci mostrando le sue sei file di denti. «Lascio il segno con un morso sull'ancora di un bastimento, quindi posso senz'altro mordere quella cosa.»
«Eccola!» disse la balena «la vedo, la vedo!» Credeva infatti di vedere meglio degli altri. «Guarda come si solleva, guarda come oscilla, si contorce e si piega!»
Non era quella, era un'immensa anguilla, lunga molte braccia, che si avvicinava.
«Quella l'ho già vista» disse il pesce sega «ma non ha mai fatto troppo baccano nel mare e non ha mai spaventato nessun grosso pesce.» Allora le dissero della nuova anguilla e le chiesero se voleva partecipare alla spedizione.
«Se quella anguilla è più lunga di me» disse l'anguilla di mare «allora succederà una disgrazia!»
«Davvero?» esclamarono gli altri. «Ma noi siamo sufficienti per impedirlo!» e si affrettarono a proseguire.
Qualcosa veniva loro incontro, un mostro straordinario, molto più grande di tutti loro messi insieme.
Sembrava un'isola natante che non riusciva a fermarsi.
Era una balena vecchissima. La testa era coperta di piante marine, la schiena occupata da crostacei e da una gran quantità di ostriche e conchiglie, così che la pelle nera era tutta macchiata di bianco.
«Vieni anche tu, vecchia» le dissero. «È arrivato un nuovo pesce che non si può sopportare.»
«Preferisco restare qui dove sono» disse la vecchia balena. «Lasciatemi in pace, lasciatemi qui. Ah, sono molto malata! Mio solo sollievo è risalire alla superfìcie e mettere la schiena fuori. Così arrivano quei grandi e simpatici uccelli marini a beccarmi: è un tale piacere; basta che non affondino troppo il becco, a volte arrivano fino a toccare il grasso. Guardate qui! Sulla schiena si trova ancora l'intero scheletro di un uccello aveva infilato le zampine troppo in fondo e non è riuscito a liberarsi quando io mi sono tuffata: adesso i pesciolini lo hanno beccato tutto; guardate che aspetto ha e poi guardate me: sono malata!»
«È solo una fissazione!» disse l'altra balena. «Io non sono mai malata; nessun pesce è malato!»
«Ah no, scusi!» replicò la vecchia balena. «L'anguilla ha una malattia della pelle, la carpa sembra che abbia il vaiolo, e tutti abbiamo i vermi negli intestini.»
«Sciocchezze, sciocchezze!» rispose il pescecane; non voleva più star lì ad ascoltare, e neppure gli altri: avevano altro da fare.
Finalmente giunsero dove si trovava il cavo del telegrafo. Aveva un lungo letto sul fondo del mare dall'Europa fino all'America, su banchi di sabbia e sul fango marino, su scogliere e viluppi di piante, su interi boschi di coralli, là dove le correnti si incontrano, si formano mulinelli d'acqua, i pesci si muovono a frotte, più degli innumerevoli stormi d'uccelli che gli uomini vedono passare nel periodo delle migrazioni. È un'agitazione, uno sguazzare, un ronzare, un soffiare, e quel brusìo rimane un pochino nelle grandi conchiglie vuote quando le portiamo alle orecchie.
Così giunsero dov'era il cavo.
«Ecco l'animale!» dissero i pesci grossi, e lo stesso esclamarono i piccoli. Vedevano il cavo, il cui inizio e la cui fine sparivano dalla loro vista.
Spugne, polipi e meduse si alzavano dal fondo, si riabbassavano e si chinavano sul cavo, così che a volte rimaneva nascosto, a volte si mostrava.
Ricci di mare, chiocciole e lombrichi gli si muovevano attorno; grandissimi ragni che avevano sulla schiena una gran quantità di vermiciattoli vi passeggiavano sopra. Le oloturie blu, o come si chiamano quelle che mangiano con tutto il corpo, erano distese e annusavano quel nuovo animale posatosi sul fondo del mare. I rombi e i merluzzi si rigiravano nell'acqua per sentire notizie da tutte le parti. La stella di mare, che sta sempre nascosta tra la sabbia e tiene fuori solo due lunghi pedicelli con gli occhi in cima, stava ferma per vedere cosa sarebbe venuto da quel tubo.
Il cavo del telegrafo era immobile, ma aveva vita e pensieri; lo attraversavano i pensieri degli uomini.
«Quella cosa è furba!» disse la balena. «È capace di colpirmi allo stomaco, che è il mio punto debole!»
«Lasciamelo toccare prima!» disse il polipo. «Io ho braccia lunghe, ho dita agili: l'ho sfiorato, ora voglio tenerlo un po' più stretto.»
E così allungò il braccio agile, il più lungo, fino al cavo, avvolgendolo.
«Non ha scaglie!» disse. «Non ha pelle! Credo che non potrà mai mettere al mondo dei piccoli!»
L'anguilla di mare si sdraiò di fianco al cavo del telegrafo e si allungò più che potè.
«Questa cosa è molto più lunga di me!» esclamò. «Ma non è la lunghezza che conta, bisogna avere testa, stomaco e agilità.»
La balena, quella giovane e forte balena, scese sul fondo più di quanto avesse mai fatto.
«Sei un pesce o una pianta?» chiese. «O sei solo un oggetto che viene dall'alto e può adattarsi tra noi?»
Ma il cavo del telegrafo non rispose; non era previsto che parlasse in quel senso.
Lo attraversavano pensieri, i pensieri dell'uomo; risuonavano in un secondo a centinaia di miglia di distanza, da un paese all'altro.
«Vuoi rispondere o dobbiamo spezzarti?» chiese il feroce pescecane, e tutti gli altri pesci grossi chiesero la stessa cosa. «Vuoi rispondere o dobbiamo spezzarti?»
Il cavo non si mosse, aveva pensieri strani, come può averne solo chi è pieno di pensieri.
"Mi spezzino pure, così sarò tirato su e rimesso a posto; è già successo a altri come me, in acque meno pericolose!"
Per questo non rispose, aveva altro da fare: stava telegrafando, aveva un compito ufficiale sul fondo del mare.
Sopra le acque tramontò il sole, come dicono gli uomini, diventando rosso come il fuoco, e tutte le nuvole del cielo brillarono come fiamme, una più bella dell'altra.
«Ora avremo la luce rossa!» commentarono i polipi «così, se è necessario, vedremo questa cosa molto meglio.»
«All'attacco, all'attacco!» gridò il pesce gatto, mostrando tutti i denti.
«All'attacco, all'attacco!» ripeterono il pesce spada, la balena e l'anguilla di mare.
Si lanciarono avanti, primo fra tutti il pesce gatto, ma proprio mentre stava per mordere il cavo, il pesce sega infilò per la troppa foga la sua sega nella parte posteriore del pesce gatto; fu un grosso sbaglio e il pesce gatto non ebbe più la forza di mordere.
Ci fu un gran pasticcio giù nel fango; pesci grandi e piccoli, oloturie e lumache si lanciarono uno contro l'altro, si divorarono a vicenda, si schiacciarono, si pestarono; il cavo invece rimase fermo a compiere il suo dovere, e così bisogna fare.
La notte buia dominava su di loro, ma miliardi e miliardi di animaletti marini brillavano. Brillavano anche granchi piccoli come la capocchia di uno spillo. È meraviglioso, ma è proprio così.
Gli animali del mare guardavano il cavo telegrafico.
«Ma che cos'è quella cosa, e che cosa non è?»
Già, quello era il problema.
Allora giunse una vecchia mucca marina. Gli uomini chiamano quelli di questa specie sirene o tritoni. Era di sesso femminile, aveva una coda e due braccine corte per nuotare, il seno cadente e animaletti parassiti e funghi sulla testa. E ne era molto fiera.
«Volete avere scienza e conoscenza?» chiese. «Allora sono l'unica che può darvele, ma in cambio pretendo per me e per i miei pascolo libero sull'erba del fondo del mare. Io sono un pesce come voi, e con un po' di esercizio so anche strisciare. Sono la più intelligente del mare; so tutto di quello che si muove quaggiù, e di quello che c'è sopra. Quella cosa di cui vi preoccupate tanto viene dall'alto; e tutto quello che cade in mare dall'alto, è morto o muore e perde le sue forze. Lasciatela stare per quella che è, è solo una trovata degli uomini!»
«Io credo sia qualcosa di più!» disse il pesciolino.
«Sta zitto, sgombro!» gli disse la grossa mucca marina.
«Spinarello!» gli dissero gli altri, e questo era ancora più offensivo.
La mucca marina spiegò che quell'animale che li aveva messi in allarme e che del resto non diceva una parola era solo una trovata che proveniva dalla terraferma. Così tenne una piccola conferenza sulla malizia degli uomini.
«Ci vogliono prendere» disse «questa è l'unica cosa per cui vivono; tendono le reti, vengono con le esche sugli ami per attirarci. Questa è una specie di grande corda e loro credono che noi la morderemo, sono così stupidi! Ma noi no! Evitate di toccare quel pasticcio che si sfilaccia, che diventa polvere e fango. Quello che viene dall'alto fa crac, fa crac, non vale niente!»
«Non vale niente!» dissero tutti gli abitanti del mare e furono del parere della mucca marina, tanto per avere un parere.
Il pesciolino invece rimase della sua opinione. «Quel serpente sottile e terribilmente lungo è forse il pesce più meraviglioso del mare. Io ne ho la sensazione.»
"Il più meraviglioso!" diciamo con lui noi uomini, e lo diciamo con convinzione e conoscenza.
È il grande serpente di mare di cui si è parlato a lungo nelle canzoni e nelle saghe.
È nato, è stato concepito dal genio dell'uomo e è stato posto sul fondo del mare; si allunga dai paesi dell'Oriente fino a quelli dell'Occidente, portando le notizie con la velocità dei raggi della luce che dal cielo giungono sulla terra. Cresce, cresce anno dopo anno in potenza e in estensione, attraverso tutti i mari, intorno alla terra, sotto le acque in tempesta o l'acqua cristallina dove il marinaio guarda nel fondo, come se navigasse attraverso l'aria più trasparente, vedendo un pullulare di pesci, un unico fuoco d'artificio di mille colori.
In fondo a tutto questo mondo marino si allunga il serpente, il serpente benefico che si morde la coda, dato che circonda tutta la terra. Pesci e molluschi lo urtano con la fronte, ma non capiscono quella cosa che viene dall'alto: è il serpente della conoscenza, del bene e del male, pieno dei pensieri degli uomini, che annuncia in tutte le lingue, pur non potendo emettere un solo suono, la meraviglia più grande delle meraviglie del mare, la creatura del nostro tempo:
il grande serpente di mare
There was a little sea fish of good family, the name of which I don't remember; that the more learned will have to tell you. This little fish had eighteen hundred brothers and sisters, all the same age; they didn't know their father or mother, so they had to care for themselves and swim about on their own, but that was a lot of fun. They had plenty of water to drink - the entire ocean. They didn't think about their food; that was sure to come their way. Each did as he pleased; each would have his own story, but then none of them thought about that.

The sun shone down into the water, making it light and clear. It was a world full of the strangest creatures, some of them enormously big, with great, horrible mouths that could sallow all the eighteen hundred brothers and sisters, but none of them thought about that, either, for none of them had ever been swallowed.

The little ones swam together, close to one another, as the herring and the mackerel swim. As they were swimming along at their best and thinking of nothing in particular, there sank from above, down into the midst of them, with a terrifying noise, a long, heavy thing which seemed to have no end to it; further and further it stretched out, and every one of the small fish that it struck was crushed or got a crack from which he couldn't recover. All the fishes, the small and the big as well, were thrown into a panic. That heavy, horrible thing sank deeper and deeper and grew longer and longer, extending for miles - through the entire ocean. Fishes and snails, everything that swims, everything that creeps or is driven by the currents, saw this fearful thing, this enormous unknown sea eel that all of a sudden had come from above.

What kind of thing was it? Yes, we know! It was the great telegraph cable that people were laying between Europe and America.

There were great fear and commotion among all the rightful inhabitants of the ocean where the cable was laid. The flying fish shot up above the surface as high as he could, and the blowfish sped off like a gunshot across the water, for it can do that; other fishes went to the bottom of the ocean with such haste that they reached it long before the telegraph cable was seen down there, and they scared both the codfish and the flounder, who lived peacefully at the bottom of the ocean and ate their neighbors. A couple of the starfish were so frightened that they turned their stomachs inside out, but in spite of that they lived, for they can do that. Many of the lobsters and crabs got out of their fine shells and had to leave their legs behind.

In all this fright and confusion, the eighteen hundred brothers and sisters had all become separated, never again to know or even meet each other, excepting ten of them who had remained at the same place; and after these had held themselves still for a couple of hours, they recovered from their first fright and began to be curious. They looked about; they looked up and they looked down, and there in the deep they thought they saw the frightful thing that had scared them, scared everyone, big and little. There it lay along the bottom of the ocean, extending as far as they could see; it was quite thin, but then they didn't know how thick it could make itself or how strong it was. It lay very quiet, but that, they thought, could be a trick.

"Let it lie where it is! It doesn't concern us," said the most cautious of the little fish.

But the very smallest one of them insisted on gaining some knowledge as to what that thing might be. It had come down from above, so above one could best find out about it.

And so they swam up to the surface, where there was calm weather. There they met a dolphin, which is a sort of jumping jack, an ocean rover, that can turn somersaults in the water. As these have eyes to see with, he must have seen what had happened and should know all about it. They inquired, but the dolphin had only been thinking of himself and his somersaults, had seen nothing, and didn't know what to answer, so he kept quiet and looked proud.

Thereupon they turned to the seal who had just ducked down; he was more polite, although seals eat small fishes, for today he had had his fill. He knew a little more than the dolphin.

"Many a night I have rested on a wet rock and looked far inland, miles away from here; there live some sneaky creatures who, in their language, are called people; they plot against us, but often we slip away from them, which I know how to do, and that is what the sea eel has done, too. He has been in their power, up there on the earth, for a long, long time, and from there they carried him off on a ship, to bring him across the ocean to a distant land. I saw what trouble they had, but they could manage him, because he had become weak on the earth. They laid him down in coils and circles; I heard how he 'ringled' and 'rangled' when they put him down, but still he got away from them. They held on to him with all their might; many hands held fast, but still he slipped away from them and reached the bottom; there he lies now, for a while at least, I think."

"He is rather thin!" said all the little fish.

"They have starved him," said the seal, "but he will soon be himself again, fat and big around. I suppose he is the great sea serpent that people are so afraid of and talk so much about. I had never seen him before and never believed he existed, but now I do; I'm sure he's the sea serpent!" And with that the seal dove down.

"How much he knew! How much he talked!" said all the little fish. "We have never been so enlightened before! If only it isn't all a lie!"

"We could swim down and investigate," said the smallest fish. "On the way, we can hear what others think about it."

"We're not going to move a fin to find out anything more!" said the others, and swam away.

"But I'm going to," said the smallest, and plunged down into deep water.

But the little fish was a considerable distance from the place where "that long sunken thing" lay. He looked and searched in a direction down in the deep water. Never before had he imagined the world to be so big. The herring swam in great masses, each school of them shining like a mighty boat of silver; the mackerel also swam together and looked even more magnificent. There were fishes of all shapes and with markings in all colors. Jellyfish, like half-transparent flowers, simply lay back and let the currents carry them along. Great plants grew up from the bottom of the ocean, as did fathom-high grass and palm-shaped trees, every leaf beset with shining shellfish.

At last the little fish saw a long, dark streak way down and swam toward it; but it was neither fish nor cable; it was the gunwale of a large sunken vessel, the upper and lower decks of which had been broken in two by the force of the ocean. The little fish swam inside, where the many people who had perished with the sinking of the ship had since been washed away, except for two - young woman lay stretched out with a little child in her arms. The water rocked them to and fro, and they seemed to be asleep. The little fish became quite frightened, for he didn't know that they never again could awaken. Seaweed hung like cultivated foliage over the rail above the fair forms of mother and child. It was so quiet there, so lonely. The little fish hurried away as fast as he could, out to where the water was clearer and there were fishes to see. He hadn't gone far when he met a young and terribly large whale.

"Don't swallow me!" said the little fish. "I'm so small that I'm not even a tiny bite, and it's a great pleasure for me to live!"

"What do you want way down here, where your kind never comes?" asked the whale.

So the little fish told of the strange long eel, or whatever that thing was, which had sunk and scared even the most courageous of ocean creatures.

"Ho, ho!" said the whale, and drew in such a lot of water that he had to make an enormous waterspout when he came to the surface for a breath. "Ho, ho!" he said, "so that was the thing that tickled my back when I turned around! I thought it was a ship's mast that I could use for a back-scratcher! However, it wasn't in this location; no, that thing is much farther out. I'll investigate it, though; I have nothing else to do."

And so he swam forth, the little fish following, but not too close, for there would be a powerful stream where the big whale shot through the water.

They met a shark and an old sawfish. These two had also heard of the strange sea eel that was so long and thin; they hadn't seen it, but they wanted to.

Then a catfish appeared. "I'm coming with you!" he said, and took the same course. "If the great sea serpent isn't thicker than a cable, then I'll bite it in two with one bite!" And he opened his mouth and showed his six rows of teeth. "I can bite dents in a ship's anchor, so I can easily bite through that stem!"

"There it is!" said the big whale. "I can see it!" He thought he saw better than the others. "See how it rises, see how it sways, bends, and curves!"

However, this was not the sea serpent, but an exceptionally large eel, who was many yards long, and came closer.

"I've seen him before," said the sawfish. "He's never made much fuss in the ocean here or frightened any big fishes."

And so they talked to him about the new eel and asked if he wanted to join them on their voyage of discovery.

"If that eel is longer than I," said the sea eel, "then something unfortunate will happen."

"That it will!" said the others. "There are enough of us not to have to tolerate it." And then they hurried along.

But now, directly in their way, there appeared a strange monster, bigger than them all. It looked like a floating island that could not hold itself up. It was a very old whale. His head was overgrown with seaweed, his back beset with barnacles and so many oysters and mussels that his black skin was entirely covered with white spots.

"Come along, old fellow," they said. "A new fish has come that we will not tolerate!"

"I'd rather lie where I am," said the old whale. "Leave me in peace. Let me lie. Oh, my, oh, my! I suffer from a dreadful sickness. The only relief I have is when I go up to the surface and get my back above it; then the big, nice birds come and pick at me, and that feels so good, as long they don't drive their beaks in too far; often they go right into my blubber. Just see for yourself! There is a complete skeleton of a bird stuck in my back. That bird struck his claws in too deep and couldn't get loose when I went down to the bottom. Now the little fishes have eaten him. Just see how he looks, and how I look! I have a sickness!"

"That's just imagination!" said the other whale. "I am never sick. No fish is sick!"

"I beg your pardon!" said the old whale. "The eel has a skin disease, the carp has smallpox, and all of us have intestinal worms!"

"Nonsense!" said the shark, and didn't care to hear more; nor did the others; they had something else to do.

Finally, they came to the place where the telegraph cable lay. It had a very long resting place indeed at the bottom of the ocean, from Europe to America, over sandbanks and sea mud, rocky formations and sea-plant wilderness, and, yes, entire forests of coral. The currents down there change, and whirlpools twist around; fishes crowd each other and swim in flocks greater than the countless multitudes of birds that people see when birds of passage are in flight. There are a commotion, a splashing, a humming, and a rushing; a little of that rushing still remains to haunt the big, empty conch shells when we hold them to our ears.

Yes, now they came to the place.

"There lies the animal!" said the big fishes, and the little one said so, too.

They saw the cable, its beginning and end beyond their horizon. Sponges, polyps, and seaweed swayed from the ground, rising and falling over the cable, so that now it was hidden and then visible again. Sea porcupines, snails, and worms moved over it. Gigantic spiders, with whole fringes of vermin on them, crawled along the cable. Dark-blue "sea sausages," or whatever the creatures are called that eat with their entire bodies, lay beside it and smelled this new animal that had come down to lie at the bottom of the ocean. Flounders and codfish turned about in the water, in order to hear what was said from all sides. The starfish, who could hold himself down in the mud and keep his eyes outside, lay and stared to see what would come of all this confusion. The telegraph cable lay motionless. But life and thought were in it; human thoughts went through it.

"That thing is cunning," said the whale. "It's able to hit me in the stomach, and that's my weak point!"

"Let's feel our way," said a polyp. "I have long arms; I have limber fingers. I have touched it. Now I'll feel it a little more firmly." And then he stretched his longest and most flexible arms down to the cable and around it. "It has no scales!" said the polyp. "It has no skin! I don't believe it will ever bear young ones!"

The sea eel laid down alongside the telegraph cable and stretched himself as far as he could. "That thing is longer than I am!" he said. "But it isn't length that counts; one must have skin, stomach, and flexibility! The whale - that is, the young, strong whale - dove down deeper than he ever had been. "Are you a fish or a plant?" he asked the cable. "Or are you only some piece of work from above that can't thrive down here among us?"

But the telegraph cable didn't answer; it had no means of contacting anyone at such a location. Thoughts were going through it, people's thoughts, which in a single second were heard from land to land, many hundreds of miles apart.

"Will you answer, or do you want to be broken?" asked the fierce shark, and all the other big fishes asked the same. "Will you answer, or do you want to be broken?"

The cable didn't move, but it had its own private thoughts, which it had a right to have, considering that it was filled with other's thoughts. "Let them break me; then I'll be hauled up and put in order again - that has happened to others of my kind who were in shallower waters." And so it didn't answer; it had something else to do; it telegraphed and thereby did its just duty at the bottom of the sea.

Up above, the sun was going down, as people say. It blazed like the reddest fire, and all the clouds in the heavens glowed with a fiery hue, each more magnificent than the other.

"Now we're getting the red lighting," said the polyps, "and we may be able to see the thing better, if necessary."

"At it! At it!" shouted the shark, showing all his teeth.

"At it! At it!" said the swordfish, and the whale, and the sea eel. They rushed forward, the shark leading, but just as he was about to bite the cable, the swordfish, out of pure anxiety, ran his saw right into the back of the shark; that was a great mistake, and the shark had no strength left to bite. Everything became muddled in the mud. Big fishes, little fishes, "sea sausages," and snails ran into one another, ate each other - clashed and gnashed. The cable lay still and attended to its own business, as one should do.

The dark night brooded above; but in the ocean the millions and millions of small living creatures lighted it. Crawfish, not even as big as a pinhead, gave out light. It is quite wondrous, but now that's the way it is.

The ocean creatures looked at the telegraph cable. "What is that thing, and what isn't it?" Yes, that was the question.

Presently an old sea cow appeared. People call these mermaids or mermen. This one was a she, and had a tail and two short arms to splash with; she wore seaweed and parasites over her breasts and head, and she was proud of this.

"Are you seeking knowledge and wisdom?" she said. "I am the only one who can give you this; but in return I demand that you guarantee safe pasturage on the bottom of the ocean for me and mine. I am a fish like you are, but I am also a crawling animal, through practice. I am the wisest in the ocean; I know about everything that moves down here and about all that goes on up above. That thing you are pondering over is from above, and whatever falls down from up there is dead, or will be dead, and powerless; let it lie there for what it is. It's only a man-made invention.

"I believe there is more to it than that!" said the little fish.

"Hold your tongue, mackerel!" said the big sea cow.

"Stickleback!" said the others, and that was even more insulting.

And the sea cow explained further to them that this alarming thing, which, as a matter of fact, hadn't uttered a single sound, was in its entirety nothing more than some new device from the dry land, and she delivered a little lecture about people's deceitfulness. "They want to catch us," she said; "that's all they live for. They stretch out nets for us, and come with bait on hooks to tempt us. That thing there is some sort of big string that they think we are going to bite. They are so stupid! But we are not! Don't touch that junk; in time it will unravel and all turn to dust and mud. Everything that comes from up there cracks and breaks - is good for nothing!"

"Good for nothing!" said the other ocean creatures, and held onto the sea cow's opinion, so as to have an opinion.

The little fish, however, had his own thoughts. "Perhaps that enormously long, thin serpent is the most wonderful fish in the ocean. I have a feeling it is."

"The most wonderful," say we humans, too, and we say it with knowledge and assurance.

The great sea serpent has long been the theme of song and story. It was conceived and born by man's ingenuity and laid on the bottom of the ocean, stretching from the eastern to the western lands, and carrying messages as swiftly as light flashes from the sun to our earth. It grows, grows in power and length, grows year after year, through all oceans, around the world; it is beneath the stormy seas and the glass-clear waters, where the skipper, as if sailing through transparent air, looks down and sees crowds of fishes resembling many -colored fireworks.

Deepest down of all lies the outstretched serpent, a blessed Midgard snake, which bites its own tail as it encircles the earth. Fishes and other sea creatures clash with it; they do not understand that thing from above. People's thoughts rush noiselessly, in all languages, through the serpent of science, for both good and evil; the most wondrous of the ocean's wonders is our time's.




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