ITALIANO

Brodo di stecchino

ENGLISH

Soup from a sausage skewer


1. Brodo di stecchino

«Il pranzo di ieri era squisito» raccontò una vecchia topa a un'altra che non aveva partecipato al banchetto. «Io sedevo al ventunesimo posto a partire dal vecchio re topo; non c'era poi male! Devo dirti delle portate? La successione era perfetta: pane affumicato, cotiche di lardo, candele di sego e salsicce - e poi da capo. Come se avessimo ricevuto due pranzi. C'era un'atmosfera proprio piacevole e si chiacchierava allegramente, come fossimo stati in famiglia. Non avanzò nulla, eccetto gli stecchini; allora se ne parlò e si discusse di come fare il brodo di stecchino; ciascuno ne aveva sentito parlare, ma nessuno aveva mai assaggiato quel brodo e neppure lo sapeva fare. Si fece un bel brindisi all'inventore, che meritava di diventare presidente dell'assistenza pubblica. Non è spiritoso? Poi il vecchio re topo si alzò e dichiarò che la giovane topa che avesse saputo preparare quel brodo nel modo migliore sarebbe diventata regina. Concedeva di tempo per prepararsi un anno e un giorno.»
«Non sarebbe una cattiva idea!» esclamò l'altra topa «ma come si fa quel brodo?»
Già come si fa? se lo chiedevano tutte le tope, giovani e vecchie. Tutte avrebbero desiderato diventare regine, ma non volevano avere il fastidio di andarsene per il mondo a imparare il che era indispensabile. Non è da tutti abbandonare la famiglia e il proprio cantuccio; lontano da casa non si trovano tutti i giorni croste di formaggio, né si odorano le cotiche: si può morire di fame e forse essere mangiati vivi da un gatto!
Questi pensieri furono sufficienti a spaventare la maggior parte delle tope che volevano intraprendere il viaggio di istruzione; si presentarono pronte a partire solo quattro topoline, giovani e vivaci, ma povere; volevano dirigersi ognuna verso una delle quattro parti del mondo, così si sarebbe scoperto chi era la più fortunata. Ciascuna prese con sé uno stecchino, per ricordarsi il motivo del viaggio; sarebbe stato il loro bastone.
Partirono in maggio e ritornarono nel maggio dell'anno dopo, ma tornarono solo in tre, la quarta non si presentò né mandò notizie di sé, nonostante fosse giunto il giorno stabilito.
«C'è sempre qualche dolore anche nei momenti più felici» disse il re topo che diede ordine di invitare tutti i topi nel raggio di molte miglia e di riunirli in cucina. Le tre topoline che avevano viaggiato erano in disparte, una dietro l'altra; per la quarta che non era tornata, era stato innalzato uno stecchino con sopra un velo nero. Nessuno osò dire la propria opinione prima che le tre topoline avessero parlato e che il re avesse stabilito quello che bisognava dire.
Ora sentiremo!

2. Che cosa vide e imparò durante il viaggio la prima topolina

«Quando partii per il vasto mondo» disse la topolina «credevo, come tante altre della mia età, di possedere tutta la saggezza dell'universo, ma non era così; occorrono anni per arrivarci. Mi imbarcai subito su una nave che andava verso Nord. Avevo sentito che in mare il cuoco doveva essere in grado di arrangiarsi, ma è facile arrangiarsi quando si ha la dispensa piena di lardo, botti piene di pesce in salamoia e farina piena di vermi. Si vive proprio bene, ma non si impara nulla che serva a preparare il brodo di stecchino. Navigammo per molti giorni e per molte notti, e ci fu sia il dolce rollio che i cavalloni. Quando giungemmo a destinazione lasciai la nave: ero arrivata al Nord.
«È molto strano lasciare il proprio cantuccio, viaggiare per nave, che è pure una specie di cantuccio, e poi improvvisamente trovarsi lontano molte miglia in un paese straniero. C'erano grandi boschi di abeti e betulle che profumavano in modo così intenso! Non mi piaceva affatto! Anche le erbe selvatiche avevano un forte odore, io starnutii e pensai alla salsiccia. C'erano grandi laghi nei boschi, con l'acqua chiarissima, ma vista da lontano sembrava nera come l'inchiostro, vi nuotavano i cigni bianchi che io presi per schiuma, tanto erano immobili, ma poi li vidi volare e muoversi e li riconobbi: appartengono alla famiglia delle oche, lo si nota da come camminano: nessuno può negare le proprie origini! Io restai con i miei simili, mi unii ai topi dei campi e del bosco, che comunque erano molto rozzi, soprattutto per quanto concerne la cucina, e era proprio per quella che io ero andata all'estero. Che si potesse pensare di fare il brodo di stecchino lo trovarono strano, e se ne parlò subito per tutto il bosco, ma che il problema potesse venire risolto, lo giudicarono assolutamente impossibile. Neppure io immaginavo che proprio lì, quella stessa notte, sarei stata iniziata alla preparazione del brodo. Era la notte di mezza estate e per questo motivo - dicevano - il bosco profumava così intensamente, le erbe avevano un odore così forte e i laghi erano così chiari e allo stesso tempo così scuri con sopra i cigni bianchi. Al margine del bosco, fra tre o quattro case, era stato innalzato un palo, alto come un albero maestro, e in cima c'erano appesi nastri e ghirlande; era l'albero di maggio. I ragazzi e le fanciulle vi ballavano intorno e cantavano a gara col violino del suonatore. L'allegria continuò al tramonto e al chiaro di luna ma io non vi partecipai, che cosa ci farebbe una topolina a un ballo nel bosco? Restai seduta sul morbido muschio appoggiandomi allo stecchino. La luna illuminava soprattutto una radura dove si trovava un albero coperto di muschio finissimo, oserei dire che era delicato come la pelle del re, ma era verde, e questo era un bene per gli occhi. Improvvisamente giunsero a passo di marcia delle graziosissime personcine, così piccole che mi arrivavano al ginocchio; sembravano uomini ma erano meglio proporzionati. Si chiamavano elfi e indossavano abiti leggerissimi fatti di petali di fiore e avevano ali di mosche e di zanzare. Non erano affatto male! Si capì che stavano cercando qualcosa, io non sapevo che cosa, ma alcuni di loro vennero verso di me e il più distinto indicò il mio stecchino e disse: "È proprio quello di cui abbiamo bisogno! è appuntito, va benissimo!" e si entusiasmò sempre più guardando il mio bastone da viaggio.
«Potete prenderlo in prestito, ma dovete rendermelo!» dissi.
«Non lo terremo!» esclamarono tutti insieme, presero lo stecchino, lo portarono ballando fino a quella radura di muschio sottile e lì lo piantarono in mezzo al verde. Anche loro volevano un albero di maggio, e quello che ora avevano era proprio adatto a loro, come fatto apposta. Venne decorato, e allora sì che fu uno spettacolo!
«Piccoli ragni vi tesserono intorno fili d'oro, appesero veli e bandiere svolazzanti, tessute così finemente e così bianche al chiaro di luna, che mi facevano male agli occhi, presero i colori dalle ali delle farfalle e li sparsero su quelle tele bianche, che ri splendettero di fiori e diamanti. Non riconoscevo più il mio stecchino, un albero di maggio come quello non si trovava da nessun'altra parte del mondo. Solo allora arrivò la vera compagnia degli elfi, tutti senza vestiti, più delicati di così non potevano essere, e io venni invitata a andare a vedere quello splendore, ma da lontano, perché per loro ero troppo grande.
«Cominciò la musica! Fu come se migliaia di campane di vetro risuonassero in modo così forte che credetti fossero i cigni a cantare, e mi sembrò di sentire anche il cuculo e il tordo alla fine fu come se tutto il bosco stesse cantando: c'erano voci di bambini, rintocchi di campane e cinguettìi d'uccello, le melodie più belle, e tutta quella meraviglia proveniva dall'albero di maggio degli elfi, che era tutto un carillon di campane, e dire che era il mio stecchino! Non avrei mai creduto che si potessero ottenere tante cose da uno stecchino, ma naturalmente dipende dalle mani in cui capita. Mi commossi, piansi come può piangere una topolina, di gioia.
«La notte fu troppo breve, ma non può essere più lunga lassù, in quella stagione. All'alba arrivò un venticello, lo specchio d'acqua del lago si increspò, tutte quelle bandiere e quei veli sottili e svolazzanti volteggiarono nell'aria, quei padiglioni di ragnatele che dondolavano, quei ponti pensili e quelle balaustre, o come si chiamano, tese di foglia in foglia volarono via come niente. Sei elfi mi riportarono lo stecchino e mi chiesero se potevano esaudire qualche mio desiderio. Io chiesi loro di dirmi come si fa il brodo di stecchino.
«"Come lo facciamo?" disse il più distinto di loro, ridendo. "L'hai appena visto! Quasi non riconoscevi più il tuo stecchino!"
«"Ah, lei parla di quello?" chiesi, e raccontai il perché del mio viaggio e che cosa ci si aspettava in patria. "Che vantaggio avrà il re topo" conclusi "e tutto il nostro potente regno, dalle bellezze che ho visto? Non posso farle uscire dal mio stecchino e dire: Questo è lo stecchino, ora viene il brodo! Sarebbe un piatto adatto per chi è già sazio!"
«Allora l'elfo infilò il mignolo in una violetta e mi disse: "Stai attenta: spalmo il tuo bastone, così quando arriverai al castello del re topo, e toccherai il suo caldo petto con il bastone, spunteranno dallo stecchino delle viole, anche in pieno inverno. Ecco, adesso hai qualcosa da portare a casa, e poi un'altra cosa!"» ma prima di raccontare quale fosse quest'altra cosa, la topolina toccò col suo bastone il petto del re e, veramente, spuntò fuori uno splendido mazzo di viole, che avevano un profumo così forte che il re topo ordinò ai topi che erano più vicini al camino di mettere subito le code sul fuoco per avere un po' di odor di bruciato, dato che l'odore delle viole era insopportabile: non era roba per loro.
«Che cos'è l'altra cosa di cui parlavi?» chiese il re topo.
«Ah, sì» disse la topolina «è quel che si dice una sorpresa» e subito voltò lo stecchino e non ci fu più neppure un fiore, ora aveva di nuovo lo stecchino liscio e lo sollevò come una bacchetta.
«"Le viole sono fatte per la vista, l'odorato e il tatto" mi disse l'elfo "ma restano ancora il gusto e l'udito!"» e la topolina batté la bacchetta. Si sentì una musica, non come quella che risuonava nel bosco durante la festa degli elfi, no, la musica che si sente di solito in cucina. E che da fare! Improvvisamente fu come se il vento soffiasse tra tutte le canne del camino; pentole e pentolini ribollivano, la paletta della cenere batté sul paiolo d'ottone e poi tutto si calmò di colpo. Si sentì solo il fischio soffocato della teiera, così strano che non si capiva se si stesse spegnendo o se avesse appena cominciato. Il pentolino bollì e poi anche la pentola grande, e non badarono affatto l'uno all'altra, era come se non ci fosse stato dentro mente. La topolina agitava la bacchetta con sempre maggior forza, le pentole schiumavano, borbottavano e bollivano, il vento fischiava, il camino sibilava. Uh! divenne così terribile che perfino la topolina perse la bacchetta.
«Che brodo difficile!» esclamò il vecchio re topo «quando arriva la pietanza?»
«È tutto qui» disse la topolina inchinandosi.
«Tutto qui! Ora sentiamo cosa ha da raccontare la prossima» concluse il re topo.

3. Cosa aveva da raccontare la seconda topolina

«Io sono nata nella biblioteca del castello» disse la seconda topolina. «Né io né molti della mia famiglia abbiamo mai avuto la gioia di entrare in sala da pranzo, e tanto meno in dispensa; solo durante il mio viaggio, e ora qui, ho visto una cucina. In biblioteca abbiamo spesso sofferto la fame, ma abbiamo anche imparato molte cose. Quando ci giunse la notizia del premio reale messo a disposizione di chi avrebbe saputo preparare il brodo di stecchino, la vecchia nonna tirò fuori un manoscritto non riuscì a leggerlo ma lo aveva sentito leggere e diceva così: "Se uno è poeta sa ottenere brodo da uno stecchino." Mi chiese se ero poeta Sapevo di non esserlo, così lei disse che dovevo cercare di diventarlo. Le chiesi allora che cosa occorresse per diventarlo, dato che per me era difficile quanto preparare il brodo; la nonna però aveva sentito leggere tutto e disse che erano necessarie tre cose: intelligenza, fantasia e sentimento. "Se riuscirai a averli dentro di te, sarai poeta e risolverai anche la faccenda del brodo di stecchino."
«Così me ne andai verso occidente nel vasto mondo per diventare poeta. Sapevo che l'intelligenza era la cosa più importante in assoluto; le altre due parti non avevano lo stesso peso. Così cominciai a cercare quella, ma dove stava? "Va' dalla formica e diventa saggio!" aveva detto un grande ebreo io lo sapevo dalla biblioteca, e non mi fermai finché non raggiunsi il primo grande formicaio, dove mi appostai per diventare saggia.
«Le formiche sono una popolazione molto rispettabile, sono tutta intelligenza. Ogni cosa presso di loro è come un calcolo matematico giusto. Lavorare e deporre le uova, dicono, vuol dire vivere nel presente e pensare al futuro e è proprio quello che fanno. Si dividono in formiche pure e impure, ognuna ha un numero d'ordine, la regina delle formiche è il numero uno e la sua opinione è l'unica giusta: è un vero pozzo di scienza, e questo mi fu molto utile saperlo. Disse tante cose così intelligenti da sembrarmi stupide. Disse che il loro formicaio era la cosa più alta del mondo; ma vicino al formicaio c'era un albero che era più alto, molto più alto, e poiché non si poteva negarlo, di quello nessuno parlava. Una sera però una formica si era perduta lassù, e si era arrampicata lungo il tronco, non fino alla cima, ma certo molto più in alto di quanto fosse mai arrivata una formica; quando poi tornò indietro e arrivò a casa, raccontò nel formicaio che esisteva fuori qualcosa che era molto più alto del formicaio, ma le altre formiche trovarono queste asserzioni un'offesa contro tutta la società e perciò condannarono la formica a portare la museruola e all'eterna solitudine. Poco tempo dopo un'altra formica arrivò all'albero e fece la stessa strada e la stessa scoperta, ma ne parlò, come si dice, con ragionevolezza e diplomazia; inoltre era una formica rispettata, una delle pure, così le si credette e quando morì le fu innalzato un guscio d'uovo, come monumento, per le sue benemerenze scientifiche. Ho visto» continuò la topolina «che le formiche corrono continuamente con il loro uovo sulla schiena. Una di loro una volta lo perdette, e ebbe un bel daffare per ritirarlo su, ma non ci riuscì ugualmente, così arrivarono altre due formiche che l'aiutarono più che poterono, fino a rischiare di perdere anche il loro uovo, allora subito rinunciarono a quello che stavano facendo, perché ognuno pensa prima a se stesso. La formica regina commentò il fatto dicendo che le due avevano mostrato buon cuore e intelligenza. "Quelle due hanno posto noi formiche al posto più elevato tra le creature che possiedono la ragione. L'intelligenza deve avere per noi un'importanza particolare, e io ne ho più di tutti!" e si alzò sulle zampe posteriori, mettendosi bene in mostra. Non potevo sbagliarmi, e così la divorai. "Va' dalla formica e diventa saggio!" e ora io avevo la regina.
«Mi avvicinai al grande albero di cui avevano parlato: era una quercia con un tronco molto alto, una folta corona, e era molto vecchio. Sapevo che vi abitava una creatura vivente, una donna, chiamata driade, nata con l'albero e destinata a morire con lui. Ne avevo sentito parlare in biblioteca; ora potevo vedere un tale albero e una tale fanciulla. Lei emise un grido spaventoso quando mi vide così vicino, aveva, come tutte le donne, molta paura dei topi, ma lei aveva una ragione in più perché io potevo rosicchiare completamente l'albero, e la sua vita dipendeva da
«Tornai a casa, alla biblioteca, e divorai subito un intero romanzo, o meglio la parte morbida, quella vera, mentre invece lasciai la crosta, la rilegatura. Una volta digerito quello, e un altro ancora, sentii come si rimescolava dentro di me, ne mangiai un po' di un terzo e così divenni poeta: lo dissi a me stessa e agli altri. Mi venne mal di testa, mal di pancia, e non so tutti gli altri dolori che mi vennero; pensai allora a tutte le storie che potevano essere collegabili a uno stecchino, così mi vennero in mente così tanti stecchini, bastoni e bastoncini. La formica regina aveva avuto una mente eccezionale, così io pensai all'uomo che si mise in bocca uno stecchino bianco e così sia lui che lo stecchino divennero invisibili, pensai alla vecchia birra con lo stecchino dentro, pensai all'espressione "fare da palo," - "mettere i bastoni tra le ruote" e "il bastone della vecchiaia." Tutti i miei pensieri finivano in stecchini. Si possono pensare tante cose sugli stecchini solo se si è poeti, e io lo sono e ho faticato molto per diventarlo. Perciò potrò servirvi ogni giorno uno stecchino, cioè una storia; e questo è il mio brodo!»
«Adesso sentiamo la terza!» esclamò il re topo.
«Pip, pip!» si sentì dalla porta della cucina, e entrò una topolina, la quarta, quella che credevano morta. Lo stecchino col velo nero cadde, lei aveva corso giorno e notte, aveva preso la ferrovia, un treno merci che in quel momento passava, eppure era quasi arrivata troppo tardi. Avanzò, tutta trafelata aveva perso lo stecchino, ma non la lingua. Cominciò subito a parlare, come se si fosse aspettato solo lei, come se si avesse voluto ascoltare solo lei, come se nient'altro di interessante fosse mai esistito al mondo. Parlò subito e si sfogò. Era arrivata così inaspettatamente che nessuno ebbe il tempo di trovare da ridire su di lei o su quel che diceva. Ma adesso sentiamolo!

4. Che cosa raccontò la quarta topolina che parlò prima della terza

«Andai subito nella città più grande» raccontò. «Non ricordo il nome, non li ricordo mai. Dalla quello. Le parlai in modo amichevole e con confidenza, le feci coraggio e lei mi prese nella sua mano sottile e quando ebbe saputo perché mi trovavo nel vasto mondo, mi promise che forse quella sera stessa avrei posseduto un altro di quei due tesori che ancora stavo cercando. Mi raccontò di Fantasio, un suo caro amico, bello come il dio dell'amore, che spesso si riposava per qualche minuto sotto i rami frondosi dell'albero, che allora fremevano ancora più forte su di loro. Fantasio la chiamava la sua driade, e anche la quercia era il suo albero; la potente, robusta e grande quercia era proprio di suo gusto: le radici si estendevano profonde nel terreno, il tronco e la corona si sollevavano nell'aria fresca e conoscevano la bella neve, i venti taglienti e il caldo sole. Poi disse così: "Gli uccelli cantano lassù e raccontano delle terre straniere! Sull'ultimo ramo morto una cicogna aveva costruito il nido; ci stava proprio bene e poi si poteva ascoltare qualcosa del paese delle piramidi. Fantasio sa sempre apprezzare tutte queste cose, ma non gli bastano più, così devo raccontargli io stessa della vita del bosco, da quando ero piccola e l'albero era così minuscolo che un'ortica avrebbe potuto nasconderlo, fino a questo momento in cui l'albero è ormai diventato grande e robusto. Adesso siediti lì sotto una apserula e sta' attenta. Quando Fantasio arriverà, troverò certo l'occasione di tirargli le ali e di strappargli una piccola penna; prendila, nessun poeta ne ebbe una migliore! e certo ti basterà."
«Fantasio arrivò, la penna fu strappata e io la presi» proseguì la topolina «e la tenni nell'acqua perché diventasse morbida. Fu comunque difficile mangiarla, ma io ce la feci ugualmente. Non è così semplice rosicchiare fino a diventar poeta, c'è tanta roba da scartare! Ormai possedevo due qualità: l'intelligenza e la fantasia e con loro capii che la terza l'avrei trovata in biblioteca: infatti un grande uomo aveva scritto che esistevano romanzi che da soli erano in grado di liberare gli uomini dalle lacrime inutili, come spugne che assorbono i sentimenti. Mi ricordai di alcuni libri che mi erano sempre sembrati appetitosi; erano stati letti tanto e erano così unti che dovevano aver assorbito un flusso senza fine di lacrime.
stazione andai subito alla polizia, con la merce confiscata e poi dal carceriere, il carceriere stava parlando dei suoi prigionieri, soprattutto di uno che aveva pronunciato parole avventate, parole che vennero ripetute, lette e trascritte. "Tutto non è altro che brodo di stecchino!" aveva esclamato "ma quel brodo può costargli la testa!" così mi interessai a quel prigioniero» spiegò la topolina «e approfittando dell'occasione giusta scivolai fino da lui; dietro le porte chiuse c'è sempre un buco per un topo! Era pallido, aveva la barba lunga e grandi occhi lucenti. La lampada fumava ma le pareti erano ormai abituate e non si annerivano più. Il prigioniero incideva sulle pareti figure e versi, bianco su nero, ma io non le lessi. Credo che si annoiasse; fui quindi un'ospite gradita. Mi attirava con briciole di pane, con fischi e parole dolci. Era molto contento vicino a me, ottenni la sua fiducia e diventammo amici. Divideva con me il pane e l'acqua, mi dava formaggio e salsicce, io vivevo proprio bene, ma a trattenermi era soprattutto la compagnia. Lasciava che gli corressi sulla mano e sul braccio, fino nella manica; che mi arrampicassi sulla barba; mi chiamava la sua piccola amica. Mi affezionai molto a lui, queste cose sono sempre reciproche. Dimenticai il mio scopo, dimenticai lo stecchino in una fessura del pavimento, e è ancora là. Volevo restare dove mi trovavo; se me ne fossi andata, il povero prigioniero non avrebbe più avuto nessuno, il che è troppo poco in questo mondo. Io rimasi, lui no! Mi parlò con tono così addolorato l'ultima volta, mi diede doppia razione di pane e croste di formaggio, mi mandò dei baci con la punta delle dita, se ne andò e non ritornò più. Non conosco la sua storia. "Brodo di stecchino!" commentò il carceriere, e io andai da lui, ma non avrei dovuto fidarmi; mi prese in mano e mi mise in una gabbia, di quelle col cilindro: terribili! Si continua a correre, non si arriva da nessuna parte e si fa solo ridere.
«La nipotina del carceriere era una bambina graziosa, aveva riccioli d'oro, occhi felici e una bocca che rideva. "Povero topolino!" disse, guardando la mia brutta gabbia; poi tolse il fermo di ferro e io saltai giù dal davanzale e uscii sulla grondaia del tetto. Libera, libera! Pensai solo a questo e non certo allo scopo del viaggio!
«Era ormai buio, era quasi notte e mi rifugiai in una vecchia torre, dove abitavano un guardiano e una civetta. Io non credevo più a nessuno, neppure alla civetta. Questa assomiglia a un gatto e ha di solito il terribile difetto di divorare i topi, ma ci si può sempre sbagliare, e così accadde anche a me. Quella era una vecchia civetta rispettabile e oltremodo istruita; ne sapeva più del guardiano e tanto quanto me. I suoi piccoli facevano storie per niente, così lei esclamò: "Non fate il brodo di stecchino!," e fu la cosa più severa che potesse dire, perché era tanto affezionata alla sua famiglia. Provai molta fiducia per lei e dissi "pip" dalla fessura in cui mi trovavo; a lei piacque quella fiducia e mi assicurò che ero ormai sotto la sua protezione. Nessun animale avrebbe potuto farmi del male, ci avrebbe pensato lei in inverno, quando ci fosse stata carenza di cibo. Era intelligente in tutto, mi mostrò che il guardiano sapeva solo soffiare in un corno che portava appeso al fianco. "Per questo si crede chissà che cosa, pensa di essere lui la civetta della torre! Si dà molte arie, ma in realtà non è niente! È solo brodo di stecchino!" Le chiesi la ricetta, così mi spiegò: "Brodo di stecchino è solo un modo di dire che viene interpretato in maniere diverse e ognuno crede che la propria sia quella giusta, ma in realtà non è niente!."
«"Niente!" esclamai. Che colpo! La verità non è sempre piacevole, ma la verità è la cosa suprema. Così aveva detto anche la vecchia civetta. Pensai che se avessi portato con me la cosa suprema, avrei portato con me molto più di un brodo di stecchino. Così m'affrettai a partire per arrivare a casa in tempo e portare il meglio e la cosa suprema: la verità! I topi sono un popolo illuminato e il re dei topi è al di sopra di tutti. È in grado di rendermi regina per amore della verità.»
«La tua verità è menzogna!» disse la topolina che non aveva ancora potuto parlare. «Io so fare il brodo, e lo farò!»

5. Come venne preparato

«Io non ho affatto viaggiato» raccontò la quarta topolina. «Sono rimasta in patria, davvero! Non è certo necessario viaggiare, si può ottenere tutto qui. Io sono rimasta, e quello che so non l'ho appreso da creature soprannaturali, non mangiando o parlando con le civette. Lo so perché ci ho pensato da sola. Mettete il paiolo sul fuoco, riempitelo bene d'acqua, accendete il fuoco, fatelo ardere finché l'acqua non bolle e strabolle, poi gettate lo stecchino. Il re topo dovrebbe allora degnarsi di gettare la coda dentro, nell'acqua bollente e di girarla. Più a lungo rimestolerà il tutto, più saporita sarà la zuppa; non costa niente, non ha bisogno di condimento, basta girarla!»
«Può farlo anche un altro?» chiese il re topo.
«No!» rispose la topolina «questa forza si trova solo nella coda del re!»
L'acqua bollì e strabollì e il re si mise vicinissimo, in modo quasi pericoloso, e vi infilò la coda, come fanno di solito i topi nelle latterie, quando schiumano la panna da un recipiente con la coda e poi se la leccano, ma la sua si trovò nel vapore bollente, così lui saltò subito giù.
«Naturalmente sarai regina!» esclamò «il brodo di stecchino aspetteremo a farlo alle nostre nozze d'oro, così i poveri del regno si rallegreranno in previsione di questa festa e sogneranno a lungo!»
Si celebrarono le nozze, ma molti topi, tornando a casa, dissero: «Non si poteva certo chiamare brodo di stecchino, era piuttosto brodo di coda di topo!». Alcuni particolari di quello che era stato raccontato sembravano giusti anche a loro, ma l'insieme avrebbe potuto essere diverso! «Io avrei raccontato così e così...»
Era la critica, sempre ricca del senno di poi.
Questa storia girò il mondo, suscitando diverse opinioni, ma la storia in sé mantenne la sua armonia, e questa è la cosa più giusta, sia nelle cose grandi che in quelle piccole, e anche nel brodo di stecchino. Basta non aspettarsi ringraziamenti!
"We had such an excellent dinner yesterday," said an old mouse of the female sex to another who had not been present at the feast. "I sat number twenty-one below the mouse-king, which was not a bad place. Shall I tell you what we had? Everything was first rate. Mouldy bread, tallow candle, and sausage. And then, when we had finished that course, the same came on all over again; it was as good as two feasts. We were very sociable, and there was as much joking and fun as if we had been all of one family circle. Nothing was left but the sausage skewers, and this formed a subject of conversation, till at last it turned to the proverb, 'Soup from sausage skins;' or, as the people in the neighboring country call it, 'Soup from a sausage skewer.' Every one had heard the proverb, but no one had ever tasted the soup, much less prepared it. A capital toast was drunk to the inventor of the soup, and some one said he ought to be made a relieving officer to the poor. Was not that witty? Then the old mouse-king rose and promised that the young lady-mouse who should learn how best to prepare this much-admired and savory soup should be his queen, and a year and a day should be allowed for the purpose."

"That was not at all a bad proposal," said the other mouse; "but how is the soup made?"

"Ah, that is more than I can tell you. All the young lady mice were asking the same question. They wished very much to be queen, but they did not want to take the trouble of going out into the world to learn how to make soup, which was absolutely necessary to be done first. But it is not every one who would care to leave her family, or her happy corner by the fire-side at home, even to be made queen. It is not always easy to find bacon and cheese-rind in foreign lands every day, and it is not pleasant to have to endure hunger, and be perhaps, after all, eaten up alive by the cat."

Most probably some such thoughts as these discouraged the majority from going out into the world to collect the required information. Only four mice gave notice that they were ready to set out on the journey. They were young and lively, but poor. Each of them wished to visit one of the four divisions of the world, so that it might be seen which was the most favored by fortune. Every one took a sausage skewer as a traveller's staff, and to remind them of the object of their journey. They left home early in May, and none of them returned till the first of May in the following year, and then only three of them. Nothing was seen or heard of the fourth, although the day of decision was close at hand. "Ah, yes, there is always some trouble mixed up with the greatest pleasure," said the mouse-king; but he gave orders that all the mice within a circle of many miles should be invited at once. They were to assemble in the kitchen, and the three travelled mice were to stand in a row before them, while a sausage skewer, covered with crape, was to be stuck up instead of the missing mouse. No one dared to express an opinion until the king spoke, and desired one of them to go on with her story. And now we shall hear what she said.

What the first little mouse saw and heard on her travels

"When I first went out into the world," said the little mouse, "I fancied, as so many of my age do, that I already knew everything, but it was not so. It takes years to acquire great knowledge. I went at once to sea in a ship bound for the north. I had been told that the ship's cook must know how to prepare every dish at sea, and it is easy enough to do that with plenty of sides of bacon, and large tubs of salt meat and mouldy flour. There I found plenty of delicate food, but no opportunity for learning how to make soup from a sausage skewer. We sailed on for many days and nights; the ship rocked fearfully, and we did not escape without a wetting. As soon as we arrived at the port to which the ship was bound, I left it, and went on shore at a place far towards the north. It is a wonderful thing to leave your own little corner at home, to hide yourself in a ship where there are sure to be some nice snug corners for shelter, then suddenly to find yourself thousands of miles away in a foreign land. I saw large pathless forests of pine and birch trees, which smelt so strong that I sneezed and thought of sausage. There were great lakes also which looked as black as ink at a distance, but were quite clear when I came close to them. Large swans were floating upon them, and I thought at first they were only foam, they lay so still; but when I saw them walk and fly, I knew what they were directly. They belong to the goose species, one can see that by their walk. No one can attempt to disguise family descent. I kept with my own kind, and associated with the forest and field mice, who, however, knew very little, especially about what I wanted to know, and which had actually made me travel abroad. The idea that soup could be made from a sausage skewer was to them such an out-of-the-way, unlikely thought, that it was repeated from one to another through the whole forest. They declared that the problem would never be solved, that the thing was an impossibility. How little I thought that in this place, on the very first night, I should be initiated into the manner of its preparation."

"It was the height of summer, which the mice told me was the reason that the forest smelt so strong, and that the herbs were so fragrant, and the lakes with the white swimming swans so dark, and yet so clear. On the margin of the wood, near to three or four houses, a pole, as large as the mainmast of a ship, had been erected, and from the summit hung wreaths of flowers and fluttering ribbons; it was the Maypole. Lads and lasses danced round the pole, and tried to outdo the violins of the musicians with their singing. They were as merry as ever at sunset and in the moonlight, but I took no part in the merry-making. What has a little mouse to do with a Maypole dance? I sat in the soft moss, and held my sausage skewer tight. The moon threw its beams particularly on one spot where stood a tree covered with exceedingly fine moss. I may almost venture to say that it was as fine and soft as the fur of the mouse-king, but it was green, which is a color very agreeable to the eye. All at once I saw the most charming little people marching towards me. They did not reach higher than my knee; they looked like human beings, but were better proportioned, and they called themselves elves. Their clothes were very delicate and fine, for they were made of the leaves of flowers, trimmed with the wings of flies and gnats, which had not a bad effect. By their manner, it appeared as if they were seeking for something. I knew not what, till at last one of them espied me and came towards me, and the foremost pointed to my sausage skewer, and said, 'There, that is just what we want; see, it is pointed at the top; is it not capital?' and the longer he looked at my pilgrim's staff, the more delighted he became. 'I will lend it to you,' said I, 'but not to keep.'"

"'Oh no, we won't keep it!' they all cried; and then they seized the skewer, which I gave up to them, and danced with it to the spot where the delicate moss grew, and set it up in the middle of the green. They wanted a maypole, and the one they now had seemed cut out on purpose for them. Then they decorated it so beautifully that it was quite dazzling to look at. Little spiders spun golden threads around it, and then it was hung with fluttering veils and flags so delicately white that they glittered like snow in the moonshine. After that they took colors from the butterfly's wing, and sprinkled them over the white drapery, which gleamed as if covered with flowers and diamonds, so that I could not recognize my sausage skewer at all. Such a maypole had never been seen in all the world as this. Then came a great company of real elves. Nothing could be finer than their clothes, and they invited me to be present at the feast; but I was to keep at a certain distance, because I was too large for them. Then commenced such music that it sounded like a thousand glass bells, and was so full and strong that I thought it must be the song of the swans. I fancied also that I heard the voices of the cuckoo and the black-bird, and it seemed at last as if the whole forest sent forth glorious melodies– the voices of children, the tinkling of bells, and the songs of the birds; and all this wonderful melody came from the elfin maypole. My sausage peg was a complete peal of bells. I could scarcely believe that so much could have been produced from it, till I remembered into what hands it had fallen. I was so much affected that I wept tears such as a little mouse can weep, but they were tears of joy. The night was far too short for me; there are no long nights there in summer, as we often have in this part of the world. When the morning dawned, and the gentle breeze rippled the glassy mirror of the forest lake, all the delicate veils and flags fluttered away into thin air; the waving garlands of the spider's web, the hanging bridges and galleries, or whatever else they may be called, vanished away as if they had never been. Six elves brought me back my sausage skewer, and at the same time asked me to make any request, which they would grant if in their power; so I begged them, if they could, to tell me how to make soup from a sausage skewer."

"'How do we make it?' said the chief of the elves with a smile. 'Why you have just seen it; you scarcely knew your sausage skewer again, I am sure.'"

"They think themselves very wise, thought I to myself. Then I told them all about it, and why I had travelled so far, and also what promise had been made at home to the one who should discover the method of preparing this soup. 'What use will it be,' I asked, 'to the mouse-king or to our whole mighty kingdom that I have seen all these beautiful things? I cannot shake the sausage peg and say, Look, here is the skewer, and now the soup will come. That would only produce a dish to be served when people were keeping a fast.'"

"Then the elf dipped his finger into the cup of a violet, and said to me, 'Look here, I will anoint your pilgrim's staff, so that when you return to your own home and enter the king's castle, you have only to touch the king with your staff, and violets will spring forth and cover the whole of it, even in the coldest winter time; so I think I have given you really something to carry home, and a little more than something.'"

But before the little mouse explained what this something more was, she stretched her staff out to the king, and as it touched him the most beautiful bunch of violets sprang forth and filled the place with perfume. The smell was so powerful that the mouse-king ordered the mice who stood nearest the chimney to thrust their tails into the fire, that there might be a smell of burning, for the perfume of the violets was overpowering, and not the sort of scent that every one liked.

"But what was the something more of which you spoke just now?" asked the mouse-king.

"Why," answered the little mouse, "I think it is what they call 'effect;'" and thereupon she turned the staff round, and behold not a single flower was to be seen upon it! She now only held the naked skewer, and lifted it up as a conductor lifts his baton at a concert. "Violets, the elf told me," continued the mouse, "are for the sight, the smell, and the touch; so we have only now to produce the effect of hearing and tasting;" and then, as the little mouse beat time with her staff, there came sounds of music, not such music as was heard in the forest, at the elfin feast, but such as is often heard in the kitchen– the sounds of boiling and roasting. It came quite suddenly, like wind rushing through the chimneys, and seemed as if every pot and kettle were boiling over. The fire-shovel clattered down on the brass fender; and then, quite as suddenly, all was still,– nothing could be heard but the light, vapory song of the tea-kettle, which was quite wonderful to hear, for no one could rightly distinguish whether the kettle was just beginning to boil or going to stop. And the little pot steamed, and the great pot simmered, but without any regard for each; indeed there seemed no sense in the pots at all. And as the little mouse waved her baton still more wildly, the pots foamed and threw up bubbles, and boiled over; while again the wind roared and whistled through the chimney, and at last there was such a terrible hubbub, that the little mouse let her stick fall.

"That is a strange sort of soup," said the mouse-king; "shall we not now hear about the preparation?"

"That is all," answered the little mouse, with a bow.

"That all!" said the mouse-king; "then we shall be glad to hear what information the next may have to give us."

What the second mouse had to tell

"I was born in the library, at a castle," said the second mouse. "Very few members of our family ever had the good fortune to get into the dining-room, much less the store-room. On my journey, and here to-day, are the only times I have ever seen a kitchen. We were often obliged to suffer hunger in the library, but then we gained a great deal of knowledge. The rumor reached us of the royal prize offered to those who should be able to make soup from a sausage skewer. Then my old grandmother sought out a manuscript which, however, she could not read, but had heard it read, and in it was written, 'Those who are poets can make soup of sausage skewers.' She then asked me if I was a poet. I felt myself quite innocent of any such pretensions. Then she said I must go out and make myself a poet. I asked again what I should be required to do, for it seemed to me quite as difficult as to find out how to make soup of a sausage skewer. My grandmother had heard a great deal of reading in her day, and she told me three principal qualifications were necessary– understanding, imagination, and feeling. 'If you can manage to acquire these three, you will be a poet, and the sausage-skewer soup will be quite easy to you.'"

"So I went forth into the world, and turned my steps towards the west, that I might become a poet. Understanding is the most important matter in everything. I knew that, for the two other qualifications are not thought much of; so I went first to seek for understanding. Where was I to find it? 'Go to the ant and learn wisdom,' said the great Jewish king. I knew that from living in a library. So I went straight on till I came to the first great ant-hill, and then I set myself to watch, that I might become wise. The ants are a very respectable people, they are wisdom itself. All they do is like the working of a sum in arithmetic, which comes right. 'To work and to lay eggs,' say they, 'and to provide for posterity, is to live out your time properly;' and that they truly do. They are divided into the clean and the dirty ants, their rank is pointed out by a number, and the ant-queen is number ONE; and her opinion is the only correct one on everything; she seems to have the whole wisdom of the world in her, which was just the important matter I wished to acquire. She said a great deal which was no doubt very clever; yet to me it sounded like nonsense. She said the ant-hill was the loftiest thing in the world, and yet close to the mound stood a tall tree, which no one could deny was loftier, much loftier, but no mention was made of the tree. One evening an ant lost herself on this tree; she had crept up the stem, not nearly to the top, but higher than any ant had ever ventured; and when at last she returned home she said that she had found something in her travels much higher than the ant-hill. The rest of the ants considered this an insult to the whole community; so she was condemned to wear a muzzle and to live in perpetual solitude. A short time afterwards another ant got on the tree, and made the same journey and the same discovery, but she spoke of it cautiously and indefinitely, and as she was one of the superior ants and very much respected, they believed her, and when she died they erected an eggshell as a monument to her memory, for they cultivated a great respect for science. I saw," said the little mouse, "that the ants were always running to and fro with her burdens on their backs. Once I saw one of them drop her load; she gave herself a great deal of trouble in trying to raise it again, but she could not succeed. Then two others came up and tried with all their strength to help her, till they nearly dropped their own burdens in doing so; then they were obliged to stop for a moment in their help, for every one must think of himself first. And the ant-queen remarked that their conduct that day showed that they possessed kind hearts and good understanding. 'These two qualities,' she continued, 'place us ants in the highest degree above all other reasonable beings. Understanding must therefore be seen among us in the most prominent manner, and my wisdom is greater than all.' And so saying she raised herself on her two hind legs, that no one else might be mistaken for her. I could not therefore make an error, so I ate her up. We are to go to the ants to learn wisdom, and I had got the queen."

"I now turned and went nearer to the lofty tree already mentioned, which was an oak. It had a tall trunk with a wide-spreading top, and was very old. I knew that a living being dwelt here, a dryad as she is called, who is born with the tree and dies with it. I had heard this in the library, and here was just such a tree, and in it an oak-maiden. She uttered a terrible scream when she caught sight of me so near to her; like many women, she was very much afraid of mice. And she had more real cause for fear than they have, for I might have gnawed through the tree on which her life depended. I spoke to her in a kind and friendly manner, and begged her to take courage. At last she took me up in her delicate hand, and then I told her what had brought me out into the world, and she promised me that perhaps on that very evening she should be able to obtain for me one of the two treasures for which I was seeking. She told me that Phantaesus was her very dear friend, that he was as beautiful as the god of love, that he remained often for many hours with her under the leafy boughs of the tree which then rustled and waved more than ever over them both. He called her his dryad, she said, and the tree his tree; for the grand old oak, with its gnarled trunk, was just to his taste. The root, spreading deep into the earth, the top rising high in the fresh air, knew the value of the drifted snow, the keen wind, and the warm sunshine, as it ought to be known. 'Yes,' continued the dryad, 'the birds sing up above in the branches, and talk to each other about the beautiful fields they have visited in foreign lands; and on one of the withered boughs a stork has built his nest,– it is beautifully arranged, and besides it is pleasant to hear a little about the land of the pyramids. All this pleases Phantaesus, but it is not enough for him; I am obliged to relate to him of my life in the woods; and to go back to my childhood, when I was little, and the tree so small and delicate that a stinging-nettle could overshadow it, and I have to tell everything that has happened since then till now that the tree is so large and strong. Sit you down now under the green bindwood and pay attention, when Phantaesus comes I will find an opportunity to lay hold of his wing and to pull out one of the little feathers. That feather you shall have; a better was never given to any poet, it will be quite enough for you.'"

"And when Phantaesus came the feather was plucked, and," said the little mouse, "I seized and put it in water, and kept it there till it was quite soft. It was very heavy and indigestible, but I managed to nibble it up at last. It is not so easy to nibble one's self into a poet, there are so many things to get through. Now, however, I had two of them, understanding and imagination; and through these I knew that the third was to be found in the library. A great man has said and written that there are novels whose sole and only use appeared to be that they might relieve mankind of overflowing tears– a kind of sponge, in fact, for sucking up feelings and emotions. I remembered a few of these books, they had always appeared tempting to the appetite; they had been much read, and were so greasy, that they must have absorbed no end of emotions in themselves. I retraced my steps to the library, and literally devoured a whole novel, that is, properly speaking, the interior or soft part of it; the crust, or binding, I left. When I had digested not only this, but a second, I felt a stirring within me; then I ate a small piece of a third romance, and felt myself a poet. I said it to myself, and told others the same. I had head-ache and back-ache, and I cannot tell what aches besides. I thought over all the stories that may be said to be connected with sausage pegs, and all that has ever been written about skewers, and sticks, and staves, and splinters came to my thoughts; the ant-queen must have had a wonderfully clear understanding. I remembered the man who placed a white stick in his mouth by which he could make himself and the stick invisible. I thought of sticks as hobby-horses, staves of music or rhyme, of breaking a stick over a man's back, and heaven knows how many more phrases of the same sort relating to sticks, staves, and skewers. All my thoughts rein on skewers, sticks of wood, and staves; and as I am, at last, a poet, and I have worked terribly hard to make myself one, I can of course make poetry on anything. I shall therefore be able to wait upon you every day in the week with a poetical history of a skewer. And that is my soup."

"In that case," said the mouse-king, "we will hear what the third mouse has to say."

"Squeak, squeak," cried a little mouse at the kitchen door; it was the fourth, and not the third, of the four who were contending for the prize, one whom the rest supposed to be dead. She shot in like an arrow, and overturned the sausage peg that had been covered with crape. She had been running day and night. She had watched an opportunity to get into a goods train, and had travelled by the railway; and yet she had arrived almost too late. She pressed forward, looking very much ruffled. She had lost her sausage skewer, but not her voice; for she began to speak at once as if they only waited for her, and would hear her only, and as if nothing else in the world was of the least consequence. She spoke out so clearly and plainly, and she had come in so suddenly, that no one had time to stop her or to say a word while she was speaking. And now let us hear what she said.

What the fourth mouse, who spoke before the third, had to tell

"I started off at once to the largest town," said she, "but the name of it has escaped me. I have a very bad memory for names. I was carried from the railway, with some forfeited goods, to the jail, and on arriving I made my escape, and ran into the house of the turnkey. The turnkey was speaking of his prisoners, especially of one who had uttered thoughtless words. These words had given rise to other words, and at length they were written down and registered: 'The whole affair is like making soup of sausage skewers,' said he, 'but the soup may cost him his neck.'"

"Now this raised in me an interest for the prisoner," continued the little mouse, "and I watched my opportunity, and slipped into his apartment, for there is a mouse-hole to be found behind every closed door. The prisoner looked pale; he had a great beard and large, sparkling eyes. There was a lamp burning, but the walls were so black that they only looked the blacker for it. The prisoner scratched pictures and verses with white chalk on the black walls, but I did not read the verses. I think he found his confinement wearisome, so that I was a welcome guest. He enticed me with bread-crumbs, with whistling, and with gentle words, and seemed so friendly towards me, that by degrees I gained confidence in him, and we became friends; he divided his bread and water with me, gave me cheese and sausage, and I really began to love him. Altogether, I must own that it was a very pleasant intimacy. He let me run about on his hand, and on his arm, and into his sleeve; and I even crept into his beard, and he called me his little friend. I forgot what I had come out into the world for; forgot my sausage skewer which I had laid in a crack in the floor– it is lying there still. I wished to stay with him always where I was, for I knew that if I went away the poor prisoner would have no one to be his friend, which is a sad thing. I stayed, but he did not. He spoke to me so mournfully for the last time, gave me double as much bread and cheese as usual, and kissed his hand to me. Then he went away, and never came back. I know nothing more of his history."

"The jailer took possession of me now. He said something about soup from a sausage skewer, but I could not trust him. He took me in his hand certainly, but it was to place me in a cage like a tread-mill. Oh how dreadful it was! I had to run round and round without getting any farther in advance, and only to make everybody laugh. The jailer's grand-daughter was a charming little thing. She had curly hair like the brightest gold, merry eyes, and such a smiling mouth."

"'You poor little mouse,' said she, one day as she peeped into my cage, 'I will set you free.' She then drew forth the iron fastening, and I sprang out on the window-sill, and from thence to the roof. Free! free! that was all I could think of; not of the object of my journey. It grew dark, and as night was coming on I found a lodging in an old tower, where dwelt a watchman and an owl. I had no confidence in either of them, least of all in the owl, which is like a cat, and has a great failing, for she eats mice. One may however be mistaken sometimes; and so was I, for this was a respectable and well-educated old owl, who knew more than the watchman, and even as much as I did myself. The young owls made a great fuss about everything, but the only rough words she would say to them were, 'You had better go and make some soup from sausage skewers.' She was very indulgent and loving to her children. Her conduct gave me such confidence in her, that from the crack where I sat I called out 'squeak.' This confidence of mine pleased her so much that she assured me she would take me under her own protection, and that not a creature should do me harm. The fact was, she wickedly meant to keep me in reserve for her own eating in winter, when food would be scarce. Yet she was a very clever lady-owl; she explained to me that the watchman could only hoot with the horn that hung loose at his side; and then she said he is so terribly proud of it, that he imagines himself an owl in the tower;– wants to do great things, but only succeeds in small; all soup on a sausage skewer. Then I begged the owl to give me the recipe for this soup. 'Soup from a sausage skewer,' said she, 'is only a proverb amongst mankind, and may be understood in many ways. Each believes his own way the best, and after all, the proverb signifies nothing.' 'Nothing!' I exclaimed. I was quite struck. Truth is not always agreeable, but truth is above everything else, as the old owl said. I thought over all this, and saw quite plainly that if truth was really so far above everything else, it must be much more valuable than soup from a sausage skewer. So I hastened to get away, that I might be home in time, and bring what was highest and best, and above everything– namely, the truth. The mice are an enlightened people, and the mouse-king is above them all. He is therefore capable of making me queen for the sake of truth."

"Your truth is a falsehood," said the mouse who had not yet spoken; "I can prepare the soup, and I mean to do so."

How it was prepared

"I did not travel," said the third mouse; "I stayed in this country: that was the right way. One gains nothing by travelling– everything can be acquired here quite as easily; so I stayed at home. I have not obtained what I know from supernatural beings. I have neither swallowed it, nor learnt it from conversing with owls. I have got it all from my reflections and thoughts. Will you now set the kettle on the fire– so? Now pour the water in– quite full– up to the brim; place it on the fire; make up a good blaze; keep it burning, that the water may boil; it must boil over and over. There, now I throw in the skewer. Will the mouse-king be pleased now to dip his tail into the boiling water, and stir it round with the tail. The longer the king stirs it, the stronger the soup will become. Nothing more is necessary, only to stir it."

"Can no one else do this?" asked the king.

"No," said the mouse; "only in the tail of the mouse-king is this power contained."

And the water boiled and bubbled, as the mouse-king stood close beside the kettle. It seemed rather a dangerous performance; but he turned round, and put out his tail, as mice do in a dairy, when they wish to skim the cream from a pan of milk with their tails and afterwards lick it off. But the mouse-king's tail had only just touched the hot steam, when he sprang away from the chimney in a great hurry, exclaiming, "Oh, certainly, by all means, you must be my queen; and we will let the soup question rest till our golden wedding, fifty years hence; so that the poor in my kingdom, who are then to have plenty of food, will have something to look forward to for a long time, with great joy."

And very soon the wedding took place. But many of the mice, as they were returning home, said that the soup could not be properly called "soup from a sausage skewer," but "soup from a mouse's tail." They acknowledged also that some of the stories were very well told; but that the whole could have been managed differently. "I should have told it so– and so– and so." These were the critics who are always so clever afterwards.

When this story was circulated all over the world, the opinions upon it were divided; but the story remained the same. And, after all, the best way in everything you undertake, great as well as small, is to expect no thanks for anything you may do, even when it refers to "soup from a sausage skewer."




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