ITALIANO

Ogni cosa al suo posto

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Everything in its proper place


Sono passati più di cento anni!
Dietro il bosco, vicino a un grande lago, sorgeva un vecchio castello, e intorno si stendevano fossati profondi in cui crescevano piante di sala, giunchi e canne. Vicino al ponte dell'ingresso principale c'era un vecchio salice che si piegava sul canneto.
Dal sentiero in basso si sentiva un suono di corni e lo scalpitare di cavalli, e la piccola guardiana delle oche si affretto a spostarle a lato del ponte, prima che la compagnia dei cacciatori giungesse al galoppo. Arrivarono a una tale velocità che lei dovette saltare molto in fretta su una pietra più alta del ponte, per non venire travolta.
Era ancora una bambina gracile e magra, ma con un'espressione dolce sul viso e due occhi belli e chiari; ma il padrone non ci badò, passò a una velocità incredibile, voltò il frustino e con una cruda allegria le diede un tale colpo sul petto con manico, che lei cadde all'indietro.
«Ogni cosa al suo posto!» gridò «nel fango!» e si mise a ridere come se la cosa fosse molto divertente, e anche gli altri risero, tutta la compagnia cominciò a gridare e i cani da caccia abbaiarono. È proprio vero che: "Gli uccelli ricchi arrivano fischiando!."
Ma chissà per quanto tempo ancora sarebbe stato ricco!
La povera guardiana delle oche, cadendo, cercò di aggrapparsi a qualcosa, e afferrò un ramo del salice; vi si tenne stretta, sospesa sul pantano, e quando il padrone e i cani ebbero oltrepassato il portone, cercò di risalire, ma il ramo si staccò e lei ricadde tra le canne. In quel momento l'afferrò una mano robusta. Era un mereiaio ambulante che da lontano aveva visto l'accaduto e si era affrettato per portarle aiuto.
«Ogni cosa al suo posto!» disse rifacendo il verso al padrone, e intanto la tirò su all'asciutto. Rimise poi il ramo spezzato nel punto da cui si era staccato, ma "Ogni cosa al suo posto!" non vale sempre; così lo infilò nel terreno: «Cresci, se puoi, e prepara un bel concerto per quelli del castello!»; gli sarebbe piaciuta, per il padrone e i suoi ospiti, una bella sinfonia a suon di bastonate. Poi si diresse al castello, ma non nelle sale padronali: non era all'altezza. Andò nelle stanze della servitù, e la servitù guardò la sua merce e contrattò, dalla sala del banchetto venivano grida e urla, che dovevano essere canzoni ma non sapevano fare di meglio. Si sentivano risate e guaiti di cani; lassù si gozzovigliava e ci si rimpinzava: il vino e la birra spumeggiavano nei bicchieri e nei boccali, e anche i cani preferiti mangiavano con i padroni. Uno dei giovani gentiluomini ogni tanto ne baciava uno dopo avergli asciugato il muso con una delle lunghe orecchie.
Il mereiaio venne chiamato di sopra con la sua mercanzia, ma solo perché volevano divertirsi un po' con lui. Il vino aveva preso il sopravvento sul buon senso. Gli versarono della birra in una calza e da lì dovette bere, e in fretta! Era proprio una cosa straordinariamente spiritosa. Intere mandrie, contadini e fattorie vennero puntati su una carta e perduti.
«Ogni cosa al suo posto!» esclamò il mereiaio quando fu via da quella Sodoma e Gomorra, come la chiamava. «La strada maestra, quella è il mio posto! lassù non ero affatto a mio agio.» E la piccola guardiana delle oche lo salutò con un cenno dal cancelletto del campo.
Passarono molte settimane, e quel ramo rotto che il mercante aveva piantato nel fossato si era mantenuto fresco e verde; anzi, erano spuntate nuove gemme; la guardiana delle oche pensò che doveva aver messo radici e si rallegrò molto tra sé; quello ormai era il suo albero.
Il ramo progrediva, ma non così il castello; si stava perdendo tutto con le feste e col gioco, che non aiutano davvero a stare in piedi.
Non erano passati sei anni che il padrone del castello dovette andarsene con un bastone e una bisaccia, come un pover'uomo, e la tenuta venne acquistata da un ricco mereiaio, proprio quello che era stato deriso e preso in giro e a cui avevano fatto bere la birra in una calza, l'onestà e la buona volontà hanno il vento in poppa, e ora era diventato lui padrone del castello. Ma da quel momento non vi si giocò mai più a carte. «È un'attività pericolosa» diceva il mercante «è nata il giorno in cui il diavolo, vedendo la Bibbia, volle contraffarla e inventò le carte!»
Il nuovo padrone prese moglie e chi fu? La guardiana delle oche che era stata sempre così brava, buona e pia. Nei nuovi abiti era tanto graziosa e fine da sembrare una nobile damigella.
Come andò? È una storia troppo lunga per questi nostri tempi frettolosi, ma andò, e la cosa più importante venne dopo.
Si stava molto bene nel vecchio castello, la padrona seguiva di persona le faccende domestiche e il padrone quelle esterne; sembrava che tutto fosse benedetto e il benessere chiama altro benessere. Il vecchio castello venne ripulito e ridipinto, i fossati prosciugati, e vi vennero piantati alberi da frutto; tutto appariva in perfetto ordine, il pavimento delle stanze era lucido come uno specchio. Nelle sere d'inverno la padrona sedeva con le domestiche nella sala grande a filare la lana e il lino.
Ogni domenica sera si leggeva la Bibbia a voce alta, e la leggeva il consigliere in persona, infatti il mercante dopo molto tempo era diventato consigliere. I figli crebbero, ebbero a loro volta figli e tutti vennero istruiti bene, ma non avevano tutti lo stesso cervello, come accade in ogni famiglia.
Il ramo del salice era diventato un meraviglioso albero, bellissimo e indisturbato. «È il nostro albero di famiglia» dicevano i vecchi e raccomandavano ai figli, anche a quelli con poco cervello, che quell'albero venisse rispettato e onorato.
Così passarono cento anni.
E si giunse ai nostri giorni; il lago era diventato una palude, il vecchio castello sembrava fosse stato cancellato, e una lunga pozza d'acqua circondata da rovine era tutto quanto restava dei profondi fossati, ma si innalzava ancora un vecchio albero meraviglioso con i rami pendenti: l'albero di famiglia. Stava lì e mostrava quanto possa essere bello un salice quando ha la possibilità di crescere liberamente. Il tronco aveva una spaccatura nel mezzo, che andava dalle radici fino alla fronda, e la tempesta lo aveva un po' piegato; ma era sempre in piedi, e da tutte le fessure e le crepe in cui il vento e la pioggia avevano deposto terriccio, spuntavano fiori e erba. Soprattutto in cima, dove i rami più grandi si dividevano, c'era come un piccolo giardino pensile, con lamponi e erba gallina, e perfino un piccolo alberello di sorbo aveva messo le radici e cresceva slanciato e sottile proprio in mezzo al vecchio salice, riflettendosi nell'acqua scura quando il vento spingeva verso l'orlo della pozzanghera le piante acquatiche. Un minuscolo sentiero attraverso i campi passava proprio davanti al salice.
In cima alla collina, vicino al bosco, là dove c'era una splendida vista, si trovava il nuovo castello, grande e maestoso, con vetrate così trasparenti che sembrava neppure ci fossero. La grande scalinata d'ingresso era come interamente ricoperta da un pergolato di rose e latifoglie, le aiuole erano così verdi e pulite che sembrava ogni filo d'erba fosse controllato al mattino e alla sera. Nel salone, dove erano appesi quadri preziosi, si trovavano sedie e divani, fatti di seta e di velluto che quasi erano in grado di muoversi da soli, e tavoli con lucidi piani di marmo e libri con copertine di marocchino e dorate... eh, sì! era proprio gente ricca quella che ci viveva, gente distinta; qui abitava la famiglia del barone.
Ogni cosa era in armonia con l'altra. "Ogni cosa al suo posto!" si diceva, e per questo tutti i quadri che una volta erano stati bellezza e ornamento del vecchio castello ora si trovavano nei corridoi della servitù; era proprio anticaglia, soprattutto due vecchi ritratti: un uomo vestito di rosa e con la parrucca, e una signora con i capelli incipriati e pettinati all'insù e una rosa rossa in mano, entrambi circondati da una corona di rami di salice. C'erano molti buchi nei due quadri perché i baroncini si divertivano a colpirli con le loro frecce; erano il consigliere e sua moglie, i capostipiti di tutta la famiglia.
«Ma non appartengono proprio alla nostra famiglia!» esclamò uno del baroncini. «Lui era un mercante e lei la guardiana delle oche. Non erano certo come il papà e la mamma!»
I quadri non valevano proprio niente, e "Ogni cosa al suo posto!" si diceva: e così il bisnonno e la bisnonna finirono nel corridoio della servitù.
II figlio del pastore era precettore al castello, un giorno andò a passeggiare con i baroncini e la loro sorellina grande, che era appena stata cresimata; passarono sul sentiero che portava al vecchio salice e mentre camminavano la ragazza fece un mazzolino di erba del campo; "Ogni cosa al suo posto!": l'insieme risultò una meraviglia. Intanto lei ascoltava molto attentamente tutto quel che veniva detto, e le piaceva molto sentire il figlio del pastore parlare delle forze della natura e dei grandi personaggi della storia; era una fanciulla sana e bella, nobile d'animo e di pensiero, e con un cuore fatto per amare tutto quello che Dio ha creato.
Si fermarono vicino al vecchio salice, e il più grande dei baroncini voleva che gli intagliassero un flauto, come quelli che aveva già ricevuto da altri rami di salice; così il figlio del pastore spezzò un rametto.
«Oh, non lo faccia!» gridò la baronessina, ma ormai era troppo tardi. «È il nostro vecchio, famoso albero: gli voglio così bene! Si burlano di me in casa per questo, ma non importa! C'è una leggenda sull'albero.»
E così raccontò tutto quello che aveva sentito dell'albero, del castello, della guardiana delle oche e del mercante, che si erano incontrati proprio lì e erano diventati i progenitori della famiglia e della baronessina.
«Non vollero diventare nobili, quei cari vecchi» disse. «Avevano un motto: "Ogni cosa al suo posto!" e non pensavano che fosse giusto diventare nobili per merito del denaro. Fu il loro figlio, mio nonno, che divenne barone; doveva essere molto istruito, e era stimato e amato da principi e principesse, che lo invitavano sempre alle loro feste. A casa tutti tengono soprattutto a lui, ma quanto a me, c'è qualcosa in quella vecchia coppia che mi tocca il cuore, dev'essere stato così piacevole vivere in quel vecchio castello patriarcale, dove la padrona filava con le domestiche e il vecchio padrone leggeva la Bibbia a voce alta.»
«Erano ottime persone e molto sensate!» disse il figlio del pastore, e subito si misero a parlare di nobiltà e borghesia, e sembrava quasi che il figlio del pastore non fosse un borghese tanto era entusiasta della nobiltà.
«È una fortuna appartenere a una famiglia che si è distinta! È come avere nel sangue qualcosa che spinge sulla via della virtù. È bello avere un titolo, è un ingresso sicuro nelle migliori famiglie. Nobiltà significa essere nobili d'animo, è una moneta d'oro incisa con il simbolo del suo valore. È usanza di oggi, e molti poeti naturalmente lo sostengono, dire che tutto quel che è nobile deve essere cattivo e stupido, e che tra i poveri, più si scende, più si trova la luce. Io non la penso così: mi sembra falso e sciocco. Nelle classi più alte si trovano molte azioni commoventi; mia madre me ne ha raccontata una, ma io ne conosco altre. Una volta era in città in visita in una casa distinta, credo che mia nonna avesse fatto da balia alla padrona. Mia madre era nel salone con il vecchio signore, quando questi vide entrare nel cortile una vecchia con le stampelle: arrivava ogni domenica e le davano sempre qualche moneta. "Ecco la povera vecchia!" esclamò il signore "fa fatica a camminare!" e prima che mia madre comprendesse, era già uscito dalla sala e aveva sceso le scale; lui, quel nobile signore, con i suoi settanta anni, era sceso da quella povera donna per risparmiarle la faticosa salita delle scale in cerca di un po' di soldi. È un gesto da nulla, ma come "l'obolo della vedova" tocca in profondo il cuore, la natura umana. A questo deve rivolgersi il poeta, nel nostro tempo deve cantare proprio tali gesti, che fanno bene e rendono più dolci e rappacificano. Ma quando un uomo di sangue nobile, e con l'albero genealogico come un purosangue arabo, si impenna e si insuperbisce per strada, e in casa esclama: "Qui è venuta gente di strada!" quando è entrato un borghese, allora la nobiltà è marcita, è diventata una maschera, come quella che si fece Tespi, e quell'uomo viene deriso e diventa oggetto della più spietata satira.»
Questo fu il discorso del figlio del pastore, forse un po' lungo, ma intanto il flauto era pronto.
C'era molta gente al castello molti ospiti venuti dai dintorni e dalla capitale e signore vestite con e senza buongusto. La grande sala era letteralmente zeppa di persone. I pastori della zona se ne stavano rispettosi in un angolo: sembrava un funerale, ma in realtà doveva essere un divertimento, solo che questo ancora non era cominciato.
Doveva esserci un concerto e proprio per questo il baroncino aveva portato con sé il flauto fatto col ramo del salice, ma non riuscì a soffiarci dentro, e non ci riuscì neppure suo padre; il flauto non serviva a nulla.
C'erano musica e canzoni, di quelle che divertono soprattutto chi le canta; comunque l'insieme era piacevole.
«Lei è un virtuoso» disse un cavaliere, un vero figlio di papà «sa suonare il flauto, e se lo fabbrica anche da sé. E il genio che conta, che ha il posto d'onore. Dio ci protegga! Io sono al passo con i tempi, come è necessario. Non è vero che ora lei ci intratterrà con questo piccolo strumento?» e porse al figlio del pastore il flauto che lui stesso aveva fabbricato con un ramo del salice, giù alla pozza d'acqua, e annunciò a voce alta che il precettore avrebbe suonato un "a solo" col flauto.
Volevano prenderlo in giro, ci voleva poco a capirlo, e il precettore non voleva suonare, sebbene ne fosse capace; ma loro insistettero e lo implorarono, così alla fine prese il flauto e se lo mise alla bocca.
Che strano flauto! Ne uscì un suono stridulo come il fischio di una locomotiva a vapore, anzi molto più intenso; risuonò per tutto il castello, nel giardino e nel bosco, e per varie miglia nel paese, e col suono sopraggiunse un vento tempestoso che fischiava: «Ogni cosa al suo posto!», e il padre, come portato dal vento, volò in cortile fino alla casa del bovaro, il bovaro invece volò, non nel salone, perché non avrebbe potuto, ma nella camera della servitù, tra i domestici più raffinati, che indossavano le calze di seta; e come restarono sorpresi quei superbi servitori nel vedere che una persona tanto inferiore osava mettersi a tavola con loro!
Nel salone la baronessina volò al posto d'onore, dove meritava di sedere, il figlio del pastore si trovò al suo fianco e li sedettero entrambi, come una coppia di sposi. Un vecchio conte che apparteneva alla più antica nobiltà del paese rimase immobile al suo posto d'onore: infatti il flauto era giusto, e così doveva essere. Quel cavaliere spiritoso colpevole di aver voluto far suonare il flauto, che era un vero figlio di papà, volò a testa in giù tra le galline, e non fu il solo.
Per un miglio tutt'intorno risuonò il flauto e si sentirono grandi avvenimenti. Una ricca famiglia di commercianti, che girava in un tiro a quattro, fu soffiata via dalla carrozza, e non ottenne neppure di poter stare dietro, al posto dei servi; due ricchi contadini che di recente erano cresciuti molto più del loro campo di grano, furono gettati in un fossato. Era proprio un flauto pericoloso! Fortunatamente si ruppe al primo suono, e fu un bene, così fu rimesso in tasca: "Ogni cosa al suo posto!."
Il giorno dopo non si parlò dell'accaduto, e per questo è nato il detto: "Rimettere in tasca il flauto." Tutto tornò nell'ordine di prima, solo i due vecchi quadri del mercante e della guardiana delle oche rimasero appesi nel salone principale: erano volati lì su una parete, e dato che un autentico critico d'arte aveva dichiarato che erano stati fatti da una mano maestra, rimasero appesi lì e furono restaurati. Certo prima non si sapeva che valessero qualcosa, ma come si poteva saperlo? Ora si trovarono al posto d'onore! "Ogni cosa al suo posto!" E così accadrà! L'eternità è lunga, molto più lunga di questa storia.
It was over a hundred years ago.

By the great lake behind the wood there stood an old mansion. Round about it circled a deep ditch, with bulrushes, reeds, and grasses growing in it. Close by the bridge, near the entrance gate, an old willow tree bent over the reeds.

From the narrow lane came the sound of horns and the trampling of horses, and therefore the little girl who tended the geese hastened to drive her charges away from the bridge before the hunting party came galloping up. They approached with such speed that she was obliged to climb up onto one of the high cornerstones of the bridge, to avoid being run down. She was still little more than a child, pretty and slender, with a gentle expression in her face and lovely bright eyes. But the baron took no note of this; as he galloped past her, he reversed the whip in his hand, and in rough play gave her such a blow in the chest with the butt end that she fell backward into the ditch.

"Everything in its proper place!" he cried. "Into the mud with you!" And he laughed loudly, for this was intended to be funny, and the rest of the company joined in his mirth. They shouted and clamored, while the hunting dogs barked even more loudly than before. It was indeed: "Rich birds come rushing."

But goodness knows how rich he was. The poor goose girl, in falling, managed to seize one of the drooping branches of the willow tree and hang from it over the muddy water. As soon as the company and the dogs had disappeared through the castle gate, she tried to climb up again, but the branch broke off at the top, and she would have fallen into the reeds if, at that moment, a strong hand had not caught her from above. It was a peddler who from a little distance away had seen what had happened and had hurried up to give aid.

"Everything in its proper place," he said, mocking the baron, and pulled her up to the dry ground. He put the tree branch back to the place from which it had broken, but "everything in its place" cannot always be managed, and so he thrust it into the soft ground. "Grow if you can, until you can furnish a good flute for them up yonder," he said. It would have given him great pleasure to see the baron and his companions well thrashed.

And then the peddler made his way to the mansion, but did not go into the main hall; he was much too humble for that! He went instead to the servants' quarters, and the men and maids looked over his stock of goods and bargained with him. From above, where the guests were at table, was heard a sound of roaring and screaming that was intended for song; that was the best they could do! There was loud laughter, mingled with the barking and yapping of dogs, for there was riotous feasting up there. Wine and strong old ale foamed in jugs and glasses, and the dogs ate with their masters, and some of them, after having their snouts wiped with their ears, were kissed by them.

The peddler was told to come upstairs with his wares, but it was only to make fun of him. The wine had mounted into their heads and the sense had flown out. They insisted that the peddler drink with them, but, so that he would have to drink quickly, they poured his beer into a stocking. This was considered a great joke and caused more gales of laughter. And then entire farms, complete with oxen and peasants, were staked on a single card, and lost and won.

"Everything in its proper place," said the peddler thankfully when he had finally escaped from what he called "the Sodom and Gomorrah up there." - "The open road is my proper place," he said. "I didn't feel at all happy up there."

And the little goose girl nodded kindly to him as he walked by the pasture gate.

Days passed and weeks passed; and the willow branch that the peddler had thrust into the ground beside the water ditch remained fresh and green and even put forth new shoots. The little goose girl saw that it must have taken root, and she was very happy about it; this was her tree, she thought.

Yes, the tree flourished, but everything else at the mansion went to seed, what with feasting and gambling. For these two are like wheels, upon which no man can stand securely.

Scarcely six years had passed before the baron left the mansion, a beggar, with bag and stick in hand; and the mansion itself was bought by a rich merchant. And the purchaser was the very peddler who had once been mocked at in the great hall and forced to drink beer from a stocking! Honesty and industry are good winds to speed a vessel, and now the peddler was the master of the mansion. But from that moment card-playing was not permitted there any more.

"That is bad reading," he said. "When the Devil saw a Bible for the first time, he wanted something to counteract it, and so he invented card playing."

The new owner took himself a wife, and who do you suppose she was but the pretty little goose girl, who had always been so faithful and good! In her new clothes she looked as beautiful and fine as if she had been of high birth. How did all this happen? Well, that is too long a story to tell you in these busy times, but it really did happen, and the most important part of the story is still to come.

It was pleasant and cheerful to live in the old mansion. The mother managed the household affairs, and the father superintended the estate, and blessings seemed to rain down on the home. For where there is rectitude prosperity is sure to follow. The old house was cleaned and repainted; ditches were cleared, and new fruit trees were planted. The floors were as polished as a draughtboard, and everything wore a bright cheerful look.

In the large hall the lady sat in the winter evenings, with all her maids spinning woolen and linen yarn, and every Sunday evening there was a reading from the Bible by the Councilor of Justice himself. In his old age the peddler had achieved this title. There were children, and as they grew up they received the best possible education, although all were not equally gifted - just as it is in all families.

But the willow branch outside had grown to be a big splendid tree, which stood free and undisturbed. "That is our family tree," the old people said. And they explained to all the children, even those who were not very bright, that the tree was to be honored and respected.

So a hundred years rolled by.

Now it was our own time. The lake had grown into a marsh, and the old mansion had almost disappeared. A long narrow pool of water near the remains of a stone wall was all that was left of the deep ditch; yet here still stood a magnificent old willow tree with drooping branches. It was the family tree, and it showed how beautiful a tree may be if left to itself. To be sure, the main trunk was split from root to crown, and storms had given it a little twist, but it still stood firmly. From every cleft and crack into which the winds had carried soil, grasses and flowers had sprung forth, especially near the top, where the great branches separated. There a sort of a small hanging garden had been formed of wild raspberries and chickweed, and even a little serviceberry tree had taken root and stood slender and graceful in the midst of the old tree, which reflected itself in the dark water when the wind had driven all the duckweed into a corner of the pool. A narrow path, which led across the fields, passed close by the old tree.

High on the hill near the forest, with a splendid view in every direction, stood the new mansion, large and magnificent, the glass of its windows so clear and transparent that there seemed to be no panes there at all. The stately flight of steps that led up to the entrance looked like a bower covered with roses and broad-leaved plants. The lawn was as freshly and vividly green as if each separate blade of grass were washed mornings and evenings. In the great hall hung valuable pictures; there were silken chairs and sofas so airy and graceful that they seemed almost ready to walk on their own legs; there were tables with polished marble tops, and books bound in rich morocco and gold. Yes, they were really wealthy people who lived here; they were people of position; here lived the baron and his family.

Everything here fitted with everything else. The motto of the house was still "Everything in its proper place." So all the pictures that at one time had hung with honor and glory in the former mansion were now relegated to the passage that led to the servants' hall, for they were considered nothing but old junk; especially two old portraits, one of a man in a pink coat and a wig, the other of a lady with powdered, high-dressed hair and a rose held in her hand, and each surrounded by a large wreath of willow branches. These two old pictures were marred by many holes, for the baron's children were fond of using the two old people as targets for their cross bows. They were the portraits of the Councilor of Justice and his lady, from whom the whole family descended.

"But they didn't really belong to our family," said one of the young barons. "He was a peddler, and she was a goose girl! They weren't like Papa and Mamma!"

The pictures were judged to be worthless junk, and as the motto was "Everything in its proper place," Great-grandmother and Great-grandfather were hung in the passage that led to the servants' hall.

Now, the son of the village pastor was the tutor at the mansion. One day he was out walking with his pupils, the young barons and their older sister, who had just been confirmed. They followed the path toward the old willow, and as they strolled along, the young girl gathered some field flowers and bound them together - "Everything in its proper place" - and the flowers became a beautiful bouquet. At the same time she heard every word that was spoken, for she liked to listen to the clergyman's son talk of the power of nature and the great men and women of history. She had a good, sweet temper, with true nobility of soul and mind, and a heart that appreciated all that God had created.

They stopped at the old willow tree, where the youngster boy insisted on having a flute made for him, as had been cut for him from other willow branches before; and the pastor's son therefore broke off a branch.

"Oh, don't," cried the young baroness, but it was already too late. "That is our famous old tree," she explained, "and I love it dearly. They laugh at me at home for it, but I don't care. There's an old tale attached to this tree."

Then she told them all the story about the tree, about the old mansion, and the peddler and the goose girl who had met for the first time on this very spot and had afterward founded the noble family to which these young people belonged.

"They didn't want to be knighted, the grand old people!" she said. "They kept their motto, 'Everything in its proper place,' and so they thought it would be out of place for them to buy a title. It was their son - my grandfather - who was made a baron. They say he was very learned, a great favorite with princes and princesses, and was present at all their festivals. The others at home love him the best, but I don't know - there seems to be something about that first pair that draws my heart to them. How comfortable and patriarchal it must have been in the old mansion then, with the mistress sitting at her spinning wheel among all her maids, and the old master reading aloud from the Bible!"

"They must have been wonderful people, sensible people," said the pastor's son.

Then the conversation turned naturally toward noblemen and commoners. The young man hardly seemed to belong to the lower classes, so well did he understand and speak of the purpose and meaning of nobility.

"It is good fortune," he said, "to belong to a family that has distinguished itself. In your own blood there is then, so to speak, a spur that urges you on to make progress in everything that is good. It's gratifying to bear the name of a family that is a card of admission to the highest circles. Nobility means something great and noble; it is a gold coin that has been stamped to show its worth. It is a modern belief, and many poets, of course, agree with it, that all of nobility must be bad and stupid, and that the lower you go among poor people, the more wisdom and virtue do you find. But that isn't my opinion, for I think it's entirely foolish, entirely false. There are many beautiful and kindly traits found in the upper classes. I could give you many examples; here's one my mother told me once.

"She was visiting a noble family in town, where I think my grandmother had nursed the lady of the house. The old nobleman and my mother were together in his apartments when he noticed an old woman come limping into the courtyard on crutches. She used to come there every Sunday, to receive a little gift.

" 'Ah! There is the poor old lady!' said the nobleman. 'Walking is so hard for her!' And before my mother understood what he meant, the seventy-year-old excellency was out of the room and down the stairs, carrying his gift to the old woman, to spare her the difficult walk.

"Now that was only a little thing, but like the widow's mite it has a sound that echoes to the depths of the human heart. Those are the things that poets ought to sing about, especially in these times, for it does good; it soothes and reconciles mankind. But when a person, just because he is of noble birth and has a pedigree, stands on his hind legs and neighs in the street like an Arabian horse, and, when a commoner has been in the rooms, sneers, 'Something out of the street has been in here!' - that is nobility in decay and just a mask - a mask such as Thespis created. People are glad to see one like that satirized."

That was the way the pastor's son spoke. It was a rather long speech, but while talking he had finished carving the flute.

That night there was a great party at the mansion, with many guests from about the neighborhood and from the capital. The main hall was full of people; some of the ladies were dressed tastefully, while others showed no taste at all. The clergymen of the neighborhood remained gathered respectfully in a corner, looking as if they were conducting a burial service there. But it was a party of pleasure; only the pleasure hadn't begun yet.

There was to be a great concert, so the little baron brought in his new willow flute. But neither he nor his father could get a note from it, so they decided it was worthless. There were chamber music and song, both of the sort that pleases the performers most - yet quite charming.

Suddenly a certain cavalier - his father's son and nothing else - spoke to the tutor. "Are you a musician?" he demanded. "You play the flute and make it, too! That's genius! That should command, and receive, the place of honor! Heaven knows, I try to follow the times. You have to do that, you know. Come, you will enchant us all with the little instrument, won't you?"

Then he handed the tutor the flute made from the old willow down by the pool and announced loudly that the tutor was about to favor them with a solo on that instrument.

Now, it was easy to tell that they only wanted to make fun of him, so the tutor refused, though he could really play well. But they crowded around him and insisted so strongly that at last he put the flute to his lips.

That was a strange flute! A tone was heard, as sustained as the whistle of a steam engine, yes, and much stronger; it echoed over the courtyard, garden, and wood, and miles away into the country. And with that note there came a rushing wind that seemed to roar, "Everything in its proper place!"

And then Papa flew, as if carried by the wind, straight out of the great hall and into the shepherd's cottage, while the shepherd was blown - not into the main hall, for there he could not come - no, up into the servants' room, among the haughty lackeys strutting in their silk stockings. The proud servants were almost paralyzed at the very thought that such a common person would dare to sit at table with them!

But in the great hall the young baroness flew to the upper end of the table, where she was worthy to sit; the pastor's son found himself next to her, and there they both sat as if they were a newly married couple. A gentle old count of one of the most ancient families in the country remained unmoved in his honorable place, for the flute was just, as everyone ought to be. But the witty cavalier who was nothing more than the son of his father, and who had caused the flute playing, flew head over heels into the poultry house - and he was not alone.

For a whole mile around the countryside the sound of the flute could be heard, and remarkable things happened. The family of a rich merchant, driving along in their coach and four, was blown completely out of the carriage and could not even find a place on the back of it. Two wealthy peasants who in our times had grown too high for their own cornfields were tumbled back into the ditch.

Yes, that was indeed a dangerous flute. But luckily it burst after that first note, and that was a fortunate thing for everybody, for then it was put back into the owner's pocket. "Everything in its proper place."

The next day no one spoke of what had happened; and that is where we get the expression, "To pocket the flute." Everything was back in its former state, except for the two old portraits of the merchant and the goose girl. They had been blown up onto the wall of the drawing room; and when one of the well-known experts said they had been painted by an old master, they were left there, and carefully restored. Nobody knew before that they were worth anything, and how could they have known? Now they hung in the place of honor. "Everything in its proper place."

And it will come to that. Eternity is long - even longer than this story.




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