ITALIANO

L'usignolo

ENGLISH

The Nightingale


In Cina, lo sai bene, l'imperatore è un cinese e anche tutti quelli che lo circondano sono cinesi. La storia è di molti anni fa, ma proprio per questo vale la pena di sentirla, prima che venga dimenticata. Il castello dell'imperatore era il più bello del mondo, tutto fatto di finissima porcellana, costosissima ma così fragile e delicata, che, toccandola, bisognava fare molta attenzione. Nel giardino si trovavano i fiori più meravigliosi, e a quelli più belli erano state attaccate campanelline d'argento che suonavano cosicché nessuno passasse di lì senza notare quei fiori. Sì, tutto era molto ben progettato nel giardino dell'imperatore che si estendeva talmente che neppure il giardiniere sapeva dove finisse. Se si continuava a camminare, si arrivava in uno splendido bosco con alberi altissimi e laghetti profondi. Il bosco terminava vicino al mare, azzurro e profondo; grandi navi potevano navigare fin sotto i rami del bosco e tra questi viveva un usignolo, e cantava in modo così meraviglioso che persino il povero pescatore, che aveva tanto da fare, sentendolo cantare si fermava a ascoltarlo, quando di notte era fuori a tendere le reti da pesca. «Oh, Signore, che bello!» diceva, poi doveva stare attento al suo lavoro e dimenticava l'uccello. Ma la notte successiva, quando questo ancora cantava, il pescatore che usciva con la barca, esclamava: «Oh, Signore, che bello!».
Alla città dell'imperatore giungevano stranieri da ogni parte del mondo, per ammirare la città stessa, il castello e il giardino; quando però sentivano l'usignolo, dicevano tutti: «Questa è la meraviglia più grande!».
I viaggiatori poi, una volta tornati a casa, raccontavano tutto, e le persone istruite scrissero molti libri sulla città, sul castello e sul giardino, ma non dimenticarono mai l'usignolo, anzi l'usignolo veniva prima di tutto il resto, e quelli che sapevano scrivere poesie scrissero i versi più belli sull'usignolo del bosco, vicino al mare profondo.
Quei libri girarono per il mondo e alcuni giunsero fino all'imperatore. Seduto sul trono d'oro, leggeva continuamente, facendo ogni momento cenni di assenso con la testa, perché gli piaceva ascoltare le splendide descrizioni della città, del castello e del giardino. "Ma l'usignolo è la cosa più bella" c'era scritto.
«Che cosa?» esclamò l'imperatore. «L'usignolo? Non lo conosco affatto! Esiste un tale uccello nel mio regno, e per di più nel mio giardino! Non l'ho mai saputo! E bisogna leggerlo per saperlo!»
Così chiamò il suo luogotenente che era così distinto che, se qualcuno inferiore a lui osava rivolgergli la parola o chiedergli qualcosa, non diceva altro che: «P...!», il che non significa nulla.
«Qui dovrebbe esserci un uccello meraviglioso chiamato usignolo» spiegò l'imperatore. «Si dice che sia la massima meraviglia del mio grande regno. Perché nessuno me ne ha mai parlato?»
«Non l'ho mai sentito nominare prima d'ora» rispose il luogotenente «non è mai stato introdotto a corte.»
«Voglio che venga qui stasera a cantare per me» concluse l'imperatore. «Tutto il mondo sa che cosa possiedo e io non lo so!»
«Non l'ho mai sentito nominare prima d'ora!» ripetè il luogotenente «farò in modo di trovarlo.»
Ma dove? Il luogotenente corse su e giù per le scale e attraversò saloni e corridoi; nessuno di quelli che incontrava aveva mai sentito parlare dell'usignolo, così il luogotenente tornò di corsa dall'imperatore e gli disse che doveva essere un'invenzione di chi aveva scritto i libri.
«Sua Maestà Imperiale non deve credere a quello che si scrive! È certamente un'invenzione fatta con quella che si chiama magia nera.»
«Ma quel libro in cui l'ho letto» disse l'imperatore «mi è stato inviato dal potente imperatore del Giappone, quindi non può essere falso. Voglio sentire quell'usignolo! Dev'essere qui stasera! Sarà ammesso nelle mie grazie! Se invece non viene, tutta la corte sarà picchiata sulla pancia dopo cena!»
«Tsing-pe!» rispose il luogotenente e ricominciò a correre su e giù per le scale, e attraverso saloni e corridoi, e metà della corte correva con lui, dato che non volevano essere picchiati sulla pancia. Si sentiva chiedere soltanto dello straordinario usignolo che tutto il mondo conosceva eccetto quelli della corte.
Alla fine trovarono una povera fanciulla in cucina che disse: «O Dio! L'usignolo: lo conosco, e come canta bene. Ogni sera ho il permesso di portare un po' degli avanzi a casa, alla mia povera mamma malata che vive giù vicino alla spiaggia, e quando al ritorno, stanca, mi fermo a riposare nel bosco, sento cantare l'usignolo. Mi vengono le lacrime agli occhi, è come se la mia mamma mi baciasse!».
«Povera sguattera» esclamò il luogotenente «ti darò un posto fisso in cucina e ti permetterò di assistere al pranzo dell'imperatore se ci porterai dall'usignolo, dato che è stato convocato per questa sera.»
Così tutti si diressero nel bosco, dove di solito cantava l'usignolo; c'era mezza corte. Sul più bello una mucca cominciò a muggire.
«Oh!» dissero i gentiluomini di corte «eccolo! C'è una forza straordinaria in un animale così piccolo; certo l'ho sentito prima!»
«No! Sono le mucche che muggiscono» spiegò la piccola sguattera «siamo ancora lontani.»
Allora le rane gracidarono nello stagno.
«Bello!» disse il cappellano di corte cinese «ora lo sento, sembrano tante piccole campane!»
«No! Sono le rane» esclamò la fanciulla. «Sentite, sentite! Eccolo lì» e indicò un piccolo uccello grigio trai rami.
«È possibile?» disse il luogotenente «non me lo sarei mai immaginato così. Come è modesto! Ha certamente perso i suoi colori nel vedersi intorno tanta gente distinta.»
«Piccolo usignolo!» gridò la fanciulla a voce alta «il nostro clemente imperatore desidera che tu canti per lui!»
«Volentieri!» rispose l'usignolo, e cantò che era un piacere sentirlo .
«È come se fossero campane di vetro!» commentò il luogotenente. «E guardate quella piccola gola, come si sforza! È stranissimo che non l'abbiamo mai sentito prima! Avrà sicuramente successo a corte.»
«Devo cantare ancora una volta per l'imperatore?» chiese l'usignolo, convinto che l'imperatore fosse presente.
«Mio eccellente usignolo!» disse il luogotenente «ho il grande piacere di invitarla a una festa a corte, questa sera, dove lei incanterà la Nostra Altezza Imperiale con il suo affascinante canto!»
«È meglio tra il verde!» rispose l'usignolo, ma li seguì ugualmente volentieri quando seppe che l'imperatore lo desiderava.
Al castello avevano fatto grandi preparativi. Le pareti e i pavimenti, che erano di porcellana, brillavano, illuminati da migliaia di lampade d'oro; i fiori più belli, quelli che tintinnavano, erano stati messi lungo i corridoi; c'era un correre continuo e una forte corrente d'aria, e così tutte le campanelline si misero a suonare e non fu più possibile capire niente.
In mezzo al grande salone dove stava l'imperatore era stato collocato un trespolo d'oro, su cui l'usignolo doveva posarsi c'era tutta la corte, e la piccola sguattera aveva avuto il permesso di stare dietro alla porta, dato che era stata insignita del titolo di "sguattera imperiale."
Tutti indossavano i loro abiti migliori e tutti guardarono quel piccolo uccello grigio che l'imperatore salutò con un cenno.
L'usignolo cantò così deliziosamente che l'imperatore si commosse, le lacrime gli corsero lungo le guance, allora l'usignolo cantò ancora meglio e gli andò dritto al cuore. L'imperatore era così soddisfatto che diede ordine che l'usignolo portasse intorno al collo la sua pantofola d'oro. L'usignolo ringraziò ma disse che aveva già avuto la sua ricompensa.
«Ho visto le lacrime negli occhi dell'imperatore, questo è il tesoro più prezioso per me. Le lacrime di un imperatore hanno una potenza straordinaria. Dio sa che sono già stato ricompensato!» E cantò di nuovo con la sua dolcissima voce.
«È la più amabile civetteria che io conosca!» dissero le dame di corte e si misero dell'acqua in bocca per fare glug, quando qualcuno avesse rivolto loro la parola, così credevano di essere anche loro degli usignoli. Anche i lacchè e le cameriere cominciarono a essere soddisfatti, e questa non è cosa da poco perché sono le persone più diffìcili da soddisfare. Sì, l'usignolo portò davvero la gioia!
Ora sarebbe rimasto a corte, in una gabbia tutta d'oro e con la possibilità di passeggiare due volte di giorno e una volta di notte. Ebbe a disposizione dodici servitori e tutti avevano un nastro di seta con cui lo tenevano stretto, dato che i nastri erano legati alla sua zampina. Non era certo un divertimento fare quelle passeggiate!
Tutta la città parlava di quel meraviglioso uccello, e quando due persone si incontravano uno non diceva altro che: «Usi» e l'altro rispondeva: «Gnolo!» e poi sospiravano comprendendosi reciprocamente; undici figli di droghieri ricevettero il nome di quell'uccello, ma non uno di essi ebbe il dono di cantare bene.
Un giorno arrivò un grande pacco per l'imperatore, con scritto sopra: "Usignolo."
«È sicuramente un nuovo libro sul famoso uccello!» esclamò l'imperatore; ma non era un libro, era invece un piccolo oggetto chiuso in una scatola: un usignolo meccanico, che doveva somigliare a quello vivo ma era ricoperto completamente di diamanti, rubini e zaffiri. Non appena lo si caricava, cominciava a cantare uno dei brani che anche quello vero cantava, e intanto muoveva la coda e brillava d'oro e d'argento. Intorno al collo aveva un piccolo nastro su cui era scritto: "L'usignolo dell'imperatore del Giappone è misero in confronto a quello dell'imperatore della Cina."
«Che bello!» dissero tutti, e colui che aveva portato quell'usignolo meccanico ebbe il titolo di Portatore imperiale di usignoli.
«Ora devono cantare insieme! Chissà che duetto!»
Cantarono insieme, ma non andò molto bene, perché il vero usignolo cantava a modo suo, quello meccanico invece funzionava per mezzo di cilindri. «Non è colpa sua!» spiegò il maestro di musica «tiene bene il tempo e segue in tutto la mia scuola!» Così l'usignolo meccanico dovette cantare da solo. Ebbe lo stesso successo di quello vero, ma era molto più bello da guardare: brillava come i braccialetti e le spille.
Cantò per trentatré volte sempre lo stesso pezzo e non era affatto stanco; la gente lo avrebbe ascoltato volentieri di nuovo, ma l'imperatore pensò che ora avrebbe dovuto cantare un po' l'usignolo vero... ma dov'era finito? Nessuno aveva notato che era volato dalla finestra aperta, verso il suo verde bosco.
«Guarda un po'!» esclamò l'imperatore; e tutta la corte si lamentò e dichiarò che l'usignolo era un animale molto ingrato. «Ma abbiamo l'uccello migliore!» dissero, e così l'uccello meccanico dovette cantare ancora e per la trentaquattresima volta sentirono la stessa melodia, ma non la conoscevano ancora completamente, perché era molto difficile, il maestro di musica lodò immensamente l'uccello e assicurò che era migliore di quello vero, non solo per il suo abbigliamento e i bellissimi diamanti, ma anche internamente.
«Perché, vedete, Signore e Signori, e prima di tutti Vostra Maestà Imperiale, con l'usignolo vero non si può mai prevedere quale sarà il suo canto; in questo uccello meccanico invece tutto è stabilito. Così è e non cambia! Ci si può rendere conto di come è fatto, lo si può aprire e si può capire come sono collocati i cilindri, come funzionano e come si muovono, uno dopo l'altro.»
«È proprio quello che penso anch'io!» esclamarono tutti, e il maestro di musica ottenne il permesso, la domenica successiva, di mostrare l'uccello al popolo. «Anche loro devono sentirlo cantare» disse l'imperatore, e così lo sentirono e si divertirono tantissimo, come si fossero ubriacati di tè, il che è una cosa prettamente cinese. Tutti esclamarono: "Oh!" e alzarono in aria il dito indice, che chiamano "leccapentole," e assentirono col capo. Ma i poveri pescatori che avevano sentito l'usignolo vero, dissero: «Canta bene, e assomiglia all'altro, ma manca qualcosa, anche se non so che cosa!».
Il vero usignolo venne bandito da tutto l'impero.
L'uccello meccanico fu posto su un cuscino di seta vicino al letto dell'imperatore; tutti i regali che aveva ricevuto, oro e pietre preziose, gli furono messi intorno, e gli fu dato il titolo di "Cantore imperiale da comodino"; nel protocollo fu messo al primo posto a sinistra, perché l'imperatore considerava quel lato più nobile, essendo il lato del cuore: e anche il cuore di un imperatore infatti sta a sinistra. Il maestro di musica scrisse venticinque volumi sull'uccello meccanico, molto eruditi e lunghi e espressi con le parole cinesi più diffìcili, che tutti dissero di aver letto e capito, perché altrimenti sarebbero parsi sciocchi e sarebbero stati picchiati sulla pancia.
Passò così un anno intero; l'imperatore, la corte e tutti gli altri cinesi conoscevano ogni minimo suono della canzone dell'uccello meccanico, e proprio per questo pensavano che fosse così bella: infatti potevano cantarla anche loro, insieme all'uccello, e così facevano. I ragazzi di strada cantavano: «Zi zi zi! giù giù giù!» e lo stesso cantava l'imperatore. Era proprio bello!
Ma una sera, mentre l'uccello meccanico cantava meglio che poteva, e l'imperatore era a letto a ascoltarlo, si sentì svup!; nell'uccello era saltato qualcosa: trrrr! tutte le ruote girarono, e poi la musica si fermò.
L'imperatore balzò fuori dal letto e chiamò il suo medico, ma a che cosa poteva servire? Allora chiamò l'orologiaio che, dopo molti discorsi e visite, rimise in sesto in qualche modo l'uccello, ma disse che bisognava risparmiarlo il più possibile, perché aveva i congegni consumati e non era possibile metterne di nuovi senza rischiare di rovinare la musica. Fu un grande dolore! Si poteva far suonare l'uccello meccanico solo una volta l'anno, e con fatica, ma il maestro di musica tenne un discorso con parole difficili e disse che tutto era uguale a prima, e difatti tutto fu uguale a prima.
Passarono cinque anni e tutto il paese ebbe un grande dolore perché in fondo tutti amavano il loro imperatore; e lui era malato e non sarebbe vissuto a lungo, si diceva; un nuovo imperatore era già stato scelto e il popolo si riuniva per la strada e chiedeva al luogotenente come stava il loro imperatore.
«P!» diceva lui scuotendo il capo.
L'imperatore stava pallido e gelido nel suo grande e meraviglioso letto. Tutta la corte lo credeva morto e tutti corsero a salutare il nuovo imperatore; i servitori uscirono per parlare dell'avvenimento e le cameriere s'erano trovate in compagnia per il caffè. In tutti i saloni e i corridoi erano stati messi a terra dei drappeggi, affinché non si sentisse camminare nessuno, e per questo motivo c'era silenzio, molto silenzio. Ma l'imperatore non era ancora morto; rigido e pallido stava nel suo bel letto con le lunghe tende di velluto e i pesanti fiocchi dorati. In alto c'era la finestra aperta e la luna illuminava l'imperatore e l'uccello meccanico.
Il povero imperatore non riusciva quasi a respirare, era come se avesse qualcosa sul petto; spalancò gli occhi e vide che la morte sedeva sul suo petto e s'era messa in testa la sua corona d'oro. In una mano teneva la spada d'oro e nell'altra una splendida insegna; tutt'intorno, dalle pieghe delle grandi tende di velluto del letto, comparivano strane teste, alcune orribili, altre molto dolci: erano tutte le azioni buone e cattive dell'imperatore, che lo guardavano, ora che la morte poggiava sul suo cuore.
«Ti ricordi?» sussurrarono una dopo l'altra. «Ti ricordi?» e gli raccontarono tante e tante cose che il sudore gli colava dalla fronte.
«Non l'ho mai saputo!» diceva l'imperatore. «Musica musica, il grande tamburo cinese!» gridava «per non sentire quello che dicono!»
Ma loro continuarono e la morte faceva di sì con la testa a tutto quello che veniva detto.
«Musica! Musica!» gridò l'imperatore. «Tu, piccolo uccello d'oro canta, forza, canta! Ti ho dato oro e oggetti preziosi, ti ho appeso personalmente la mia pantofola d'oro al collo, canta dunque, canta!»
Ma l'uccello stava zitto, non c'era nessuno che lo caricasse e quindi non poteva cantare. La morte invece continuò a guardare l'imperatore con le sue enormi orbite cave, e stava in silenzio, in un silenzio spaventoso.
In quel momento si sentì vicino alla finestra un canto mirabile; era il piccolo usignolo vivo che stava seduto sul ramo lì fuori; aveva sentito delle sofferenze dell'imperatore e era accorso per infondergli col canto consolazione e speranza Mentre lui cantava, quelle immagini diventavano sempre più tenui, il sangue si mise a scorrere con più forza nel debole corpo dell'imperatore, e la morte stessa si mise a ascoltare e disse: «Continua, piccolo usignolo, continua!».
«Solo se mi darai la bella spada d'oro, se mi darai quella ricca insegna, se mi darai la corona dell'imperatore!»
E la morte gli diede ogni cimelio in cambio di una canzone, e l'usignolo continuò a cantare, e cantò del tranquillo cimitero dove crescevano le rose bianche, dove l'albero di sambuco profumava e dove la fresca erbetta veniva innaffiata dalle lacrime dei sopravvissuti; allora la morte sentì nostalgia del suo giardino e volò via, come una fredda nebbia bianca, fuori dalla finestra.
«Grazie, grazie!» disse l'imperatore. «Piccolo uccello celeste, ti riconosco! Ti avevo bandito dal mio regno e ciò nonostante col tuo canto hai allontanato le cattive visioni dal mio letto, e hai scacciato la morte dal mio cuore. Come potrò ricompensarti?»
«Mi hai già ricompensato!» rispose l'usignolo. «Ho avuto le tue lacrime la prima volta che ho cantato per te, non lo dimenticherò mai! Questi sono i gioielli che fanno bene al cuore di chi canta! Ma adesso dormi e torna a essere forte e sano: io canterò per te.»
Cantò di nuovo, e l'imperatore cadde in un dolce sonno, in un sonno tranquillo e ristoratore.
Il sole entrava dalla finestra quando lui si svegliò, guarito e pieno di forza; nessuno dei suoi servitori era ancora tornato perché credevano che fosse morto, ma l'usignolo era ancora lì a cantare.
«Dovrai restare con me per sempre!» disse l'imperatore. «Canterai solo quando ne avrai voglia, e io farò in mille pezzi l'uccello meccanico.»
«Non farlo!» gridò l'usignolo. «Ha fatto tutto il bene che poteva. Conservalo come prima. Io non posso vivere al castello, ma permettimi di venire quando ne ho voglia, allora ogni sera mi poserò su quel ramo vicino alla finestra e canterò per te, perché tu possa essere felice e riflettere un po'. Ti canterò delle persone felici e di quelle che soffrono. Ti canterò del bene e del male intorno a te che ti viene tenuto nascosto. L'uccellino che canta vola ovunque, dal povero pescatore alla casa del contadino, da tutti quelli che sono lontani da te e dalla tua corte. Io amo il tuo cuore più della tua corona, anche se la corona ha qualcosa di sacro intorno a sé. Verrò a cantare per te! Ma mi devi promettere una cosa.»
«Qualunque cosa!» rispose l'imperatore, ritto negli abiti imperiali che aveva indossato da solo, la pesante spada d'oro sul cuore.
«Ti chiedo una sola cosa! Non raccontare a nessuno che hai un uccellino che ti riferisce tutto, così le cose andranno molto meglio!»
E l'usignolo volò via.
I servitori entrarono per vedere il loro imperatore morto; restarono impalati quando l'imperatore disse: «Buongiorno!».
In China, you know, the emperor is a Chinese, and all those about him are Chinamen also. The story I am going t tell you happened a great many years ago, so it is well to hear it now before it is forgotten. The emperor's palac was the most beautiful in the world. It was built entirely of porcelain, and very costly, but so delicate and brittle tha whoever touched it was obliged to be careful. In the garden could be seen the most singular flowers, with prett silver bells tied to them, which tinkled so that every one who passed could not help noticing the flowers. Indeed everything in the emperor's garden was remarkable, and it extended so far that the gardener himself did not kno where it ended. Those who travelled beyond its limits knew that there was a noble forest, with lofty trees, slopin down to the deep blue sea, and the great ships sailed under the shadow of its branches. In one of these trees live a nightingale, who sang so beautifully that even the poor fishermen, who had so many other things to do, woul stop and listen. Sometimes, when they went at night to spread their nets, they would hear her sing, and say, "Oh, i not that beautiful?" But when they returned to their fishing, they forgot the bird until the next night. Then they woul hear it again, and exclaim "Oh, how beautiful is the nightingale's song!

Travellers from every country in the world came to the city of the emperor, which they admired very much, as well as the palace and gardens; but when they heard the nightingale, they all declared it to be the best of all.

And the travellers, on their return home, related what they had seen; and learned men wrote books, containing descriptions of the town, the palace, and the gardens; but they did not forget the nightingale, which was really the greatest wonder. And those who could write poetry composed beautiful verses about the nightingale, who lived in a forest near the deep sea.

The books travelled all over the world, and some of them came into the hands of the emperor; and he sat in his golden chair, and, as he read, he nodded his approval every moment, for it pleased him to find such a beautiful description of his city, his palace, and his gardens. But when he came to the words, "the nightingale is the most beautiful of all," he exclaimed:

"What is this? I know nothing of any nightingale. Is there such a bird in my empire? and even in my garden? I have never heard of it. Something, it appears, may be learnt from books."

Then he called one of his lords-in-waiting, who was so high-bred, that when any in an inferior rank to himself spoke to him, or asked him a question, he would answer, "Pooh," which means nothing.

"There is a very wonderful bird mentioned here, called a nightingale," said the emperor; "they say it is the best thing in my large kingdom. Why have I not been told of it?"

"I have never heard the name," replied the cavalier; "she has not been presented at court."

"It is my pleasure that she shall appear this evening." said the emperor; "the whole world knows what I possess better than I do myself."

"I have never heard of her," said the cavalier; "yet I will endeavor to find her."

But where was the nightingale to be found? The nobleman went up stairs and down, through halls and passages; yet none of those whom he met had heard of the bird. So he returned to the emperor, and said that it must be a fable, invented by those who had written the book. "Your imperial majesty," said he, "cannot believe everything contained in books; sometimes they are only fiction, or what is called the black art."

"But the book in which I have read this account," said the emperor, "was sent to me by the great and mighty emperor of Japan, and therefore it cannot contain a falsehood. I will hear the nightingale, she must be here this evening; she has my highest favor; and if she does not come, the whole court shall be trampled upon after supper is ended."

"Tsing-pe!" cried the lord-in-waiting, and again he ran up and down stairs, through all the halls and corridors; and half the court ran with him, for they did not like the idea of being trampled upon. There was a great inquiry about this wonderful nightingale, whom all the world knew, but who was unknown to the court.

At last they met with a poor little girl in the kitchen, who said, "Oh, yes, I know the nightingale quite well; indeed, she can sing. Every evening I have permission to take home to my poor sick mother the scraps from the table; she lives down by the sea-shore, and as I come back I feel tired, and I sit down in the wood to rest, and listen to the nightingale's song. Then the tears come into my eyes, and it is just as if my mother kissed me."

"Little maiden," said the lord-in-waiting, "I will obtain for you constant employment in the kitchen, and you shall have permission to see the emperor dine, if you will lead us to the nightingale; for she is invited for this evening to the palace."

So she went into the wood where the nightingale sang, and half the court followed her. As they went along, a cow began lowing.

"Oh," said a young courtier, "now we have found her; what wonderful power for such a small creature; I have certainly heard it before."

"No, that is only a cow lowing," said the little girl; "we are a long way from the place yet."

Then some frogs began to croak in the marsh.

"Beautiful," said the young courtier again. "Now I hear it, tinkling like little church bells."

"No, those are frogs," said the little maiden; "but I think we shall soon hear her now:"

And presently the nightingale began to sing.

"Hark, hark! there she is," said the girl, "and there she sits," she added, pointing to a little gray bird who was perched on a bough.

"Is it possible?" said the lord-in-waiting, "I never imagined it would be a little, plain, simple thing like that. She has certainly changed color at seeing so many grand people around her."

"Little nightingale," cried the girl, raising her voice, "our most gracious emperor wishes you to sing before him."

"With the greatest pleasure," said the nightingale, and began to sing most delightfully.

"It sounds like tiny glass bells," said the lord-in-waiting, "and see how her little throat works. It is surprising that we have never heard this before; she will be a great success at court."

"Shall I sing once more before the emperor?" asked the nightingale, who thought he was present.

"My excellent little nightingale," said the courtier, "I have the great pleasure of inviting you to a court festival this evening, where you will gain imperial favor by your charming song."

"My song sounds best in the green wood," said the bird; but still she came willingly when she heard the emperor's wish.

The palace was elegantly decorated for the occasion. The walls and floors of porcelain glittered in the light of a thousand lamps. Beautiful flowers, round which little bells were tied, stood in the corridors: what with the running to and fro and the draught, these bells tinkled so loudly that no one could speak to be heard.

In the centre of the great hall, a golden perch had been fixed for the nightingale to sit on. The whole court was present, and the little kitchen-maid had received permission to stand by the door. She was not installed as a real court cook. All were in full dress, and every eye was turned to the little gray bird when the emperor nodded to her to begin.

The nightingale sang so sweetly that the tears came into the emperor's eyes, and then rolled down his cheeks, as her song became still more touching and went to every one's heart. The emperor was so delighted that he declared the nightingale should have his gold slipper to wear round her neck, but she declined the honor with thanks: she had been sufficiently rewarded already.

"I have seen tears in an emperor's eyes," she said, "that is my richest reward. An emperor's tears have wonderful power, and are quite sufficient honor for me;" and then she sang again more enchantingly than ever.

"That singing is a lovely gift;" said the ladies of the court to each other; and then they took water in their mouths to make them utter the gurgling sounds of the nightingale when they spoke to any one, so thay they might fancy themselves nightingales. And the footmen and chambermaids also expressed their satisfaction, which is saying a great deal, for they are very difficult to please. In fact the nightingale's visit was most successful.

She was now to remain at court, to have her own cage, with liberty to go out twice a day, and once during the night. Twelve servants were appointed to attend her on these occasions, who each held her by a silken string fastened to her leg. There was certainly not much pleasure in this kind of flying.

The whole city spoke of the wonderful bird, and when two people met, one said "nightin," and the other said "gale," and they understood what was meant, for nothing else was talked of. Eleven peddlers' children were named after her, but not of them could sing a note.

One day the emperor received a large packet on which was written "The Nightingale."

"Here is no doubt a new book about our celebrated bird," said the emperor. But instead of a book, it was a work of art contained in a casket, an artificial nightingale made to look like a living one, and covered all over with diamonds, rubies, and sapphires. As soon as the artificial bird was wound up, it could sing like the real one, and could move its tail up and down, which sparkled with silver and gold. Round its neck hung a piece of ribbon, on which was written "The Emperor of China's nightingale is poor compared with that of the Emperor of Japan's."

"This is very beautiful," exclaimed all who saw it, and he who had brought the artificial bird received the title of "Imperial nightingale-bringer-in-chief."

"Now they must sing together," said the court, "and what a duet it will be."

But they did not get on well, for the real nightingale sang in its own natural way, but the artificial bird sang only waltzes. "That is not a fault," said the music-master, "it is quite perfect to my taste," so then it had to sing alone, and was as successful as the real bird; besides, it was so much prettier to look at, for it sparkled like bracelets and breast-pins.

Thirty three times did it sing the same tunes without being tired; the people would gladly have heard it again, but the emperor said the living nightingale ought to sing something. But where was she? No one had noticed her when she flew out at the open window, back to her own green woods.

"What strange conduct," said the emperor, when her flight had been discovered; and all the courtiers blamed her, and said she was a very ungrateful creature. "But we have the best bird after all," said one, and then they would have the bird sing again, although it was the thirty-fourth time they had listened to the same piece, and even then they had not learnt it, for it was rather difficult. But the music-master praised the bird in the highest degree, and even asserted that it was better than a real nightingale, not only in its dress and the beautiful diamonds, but also in its musical power.

"For you must perceive, my chief lord and emperor, that with a real nightingale we can never tell what is going to be sung, but with this bird everything is settled. It can be opened and explained, so that people may understand how the waltzes are formed, and why one note follows upon another."

"This is exactly what we think," they all replied, and then the music-master received permission to exhibit the bird to the people on the following Sunday, and the emperor commanded that they should be present to hear it sing. When they heard it they were like people intoxicated; however it must have been with drinking tea, which is quite a Chinese custom. They all said "Oh!" and held up their forefingers and nodded, but a poor fisherman, who had heard the real nightingale, said, "it sounds prettily enough, and the melodies are all alike; yet there seems something wanting, I cannot exactly tell what."

And after this the real nightingale was banished from the empire.

The artificial bird was placed on a silk cushion close to the emperor's bed. The presents of gold and precious stones which had been received with it were round the bird, and it was now advanced to the title of "Little Imperial Toilet Singer," and to the rank of No. 1 on the left hand; for the emperor considered the left side, on which the heart lies, as the most noble, and the heart of an emperor is in the same place as that of other people. The music-master wrote a work, in twenty-five volumes, about the artificial bird, which was very learned and very long, and full of the most difficult Chinese words; yet all the people said they had read it, and understood it, for fear of being thought stupid and having their bodies trampled upon.

So a year passed, and the emperor, the court, and all the other Chinese knew every little turn in the artificial bird's song; and for that same reason it pleased them better. They could sing with the bird, which they often did. The street-boys sang, "Zi-zi-zi, cluck, cluck, cluck," and the emperor himself could sing it also. It was really most amusing.

One evening, when the artificial bird was singing its best, and the emperor lay in bed listening to it, something inside the bird sounded "whizz." Then a spring cracked. "Whir-r-r-r" went all the wheels, running round, and then the music stopped.

The emperor immediately sprang out of bed, and called for his physician; but what could he do? Then they sent for a watchmaker; and, after a great deal of talking and examination, the bird was put into something like order; but he said that it must be used very carefully, as the barrels were worn, and it would be impossible to put in new ones without injuring the music. Now there was great sorrow, as the bird could only be allowed to play once a year; and even that was dangerous for the works inside it. Then the music-master made a little speech, full of hard words, and declared that the bird was as good as ever; and, of course no one contradicted him.

Five years passed, and then a real grief came upon the land. The Chinese really were fond of their emperor, and he now lay so ill that he was not expected to live. Already a new emperor had been chosen and the people who stood in the street asked the lord-in-waiting how the old emperor was.

But he only said, "Pooh!" and shook his head.

Cold and pale lay the emperor in his royal bed; the whole court thought he was dead, and every one ran away to pay homage to his successor. The chamberlains went out to have a talk on the matter, and the ladies'-maids invited company to take coffee. Cloth had been laid down on the halls and passages, so that not a footstep should be heard, and all was silent and still. But the emperor was not yet dead, although he lay white and stiff on his gorgeous bed, with the long velvet curtains and heavy gold tassels. A window stood open, and the moon shone in upon the emperor and the artificial bird.


The poor emperor, finding he could scarcely breathe with a strange weight on his chest, opened his eyes, and saw Death sitting there. He had put on the emperor's golden crown, and held in one hand his sword of state, and in the other his beautiful banner. All around the bed and peeping through the long velvet curtains, were a number of strange heads, some very ugly, and others lovely and gentle-looking. These were the emperor's good and bad deeds, which stared him in the face now Death sat at his heart.

"Do you remember this?" - "Do you recollect that?" they asked one after another, thus bringing to his remembrance circumstances that made the perspiration stand on his brow.

"I know nothing about it," said the emperor. "Music! music!" he cried; "the large Chinese drum! that I may not hear what they say."

But they still went on, and Death nodded like a Chinaman to all they said.

"Music! music!" shouted the emperor. "You little precious golden bird, sing, pray sing! I have given you gold and costly presents; I have even hung my golden slipper round your neck. Sing! sing!"

But the bird remained silent. There was no one to wind it up, and therefore it could not sing a note. Death continued to stare at the emperor with his cold, hollow eyes, and the room was fearfully still.

Suddenly there came through the open window the sound of sweet music. Outside, on the bough of a tree, sat the living nightingale. She had heard of the emperor's illness, and was therefore come to sing to him of hope and trust. And as she sung, the shadows grew paler and paler; the blood in the emperor's veins flowed more rapidly, and gave life to his weak limbs; and even Death himself listened, and said, "Go on, little nightingale, go on."

"Then will you give me the beautiful golden sword and that rich banner? and will you give me the emperor's crown?" said the bird.

So Death gave up each of these treasures for a song; and the nightingale continued her singing. She sung of the quiet churchyard, where the white roses grow, where the elder-tree wafts its perfume on the breeze, and the fresh, sweet grass is moistened by the mourners' tears. Then Death longed to go and see his garden, and floated out through the window in the form of a cold, white mist.

"Thanks, thanks, you heavenly little bird. I know you well. I banished you from my kingdom once, and yet you have charmed away the evil faces from my bed, and banished Death from my heart, with your sweet song. How can I reward you?"

"You have already rewarded me," said the nightingale. "I shall never forget that I drew tears from your eyes the first time I sang to you. These are the jewels that rejoice a singer's heart. But now sleep, and grow strong and well again. I will sing to you again."

And as she sung, the emperor fell into a sweet sleep; and how mild and refreshing that slumber was!

When he awoke, strengthened and restored, the sun shone brightly through the window; but not one of his servants had returned– they all believed he was dead; only the nightingale still sat beside him, and sang.

"You must always remain with me," said the emperor. "You shall sing only when it pleases you; and I will break the artificial bird into a thousand pieces."

"No; do not do that," replied the nightingale; "the bird did very well as long as it could. Keep it here still. I cannot live in the palace, and build my nest; but let me come when I like. I will sit on a bough outside your window, in the evening, and sing to you, so that you may be happy, and have thoughts full of joy. I will sing to you of those who are happy, and those who suffer; of the good and the evil, who are hidden around you. The little singing bird flies far from you and your court to the home of the fisherman and the peasant's cot. I love your heart better than your crown; and yet something holy lingers round that also. I will come, I will sing to you; but you must promise me one thing."

"Everything," said the emperor, who, having dressed himself in his imperial robes, stood with the hand that held the heavy golden sword pressed to his heart.

"I only ask one thing," she replied; "let no one know that you have a little bird who tells you everything. It will be best to conceal it."

So saying, the nightingale flew away.

The servants now came in to look after the dead emperor; when, lo! there he stood, and, to their astonishment, said, "Good morning."




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