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Il paradiso terrestre

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The garden of paradise


C'era una volta un figlio di re; nessuno aveva tanti bei libri come lui: poteva leggere e guardare raffigurato in magnifiche illustrazioni tutto quello che era successo nel mondo. Poteva avere notizie di ogni popolo e di ogni paese, ma dove si trovasse il paradiso terrestre non era scritto da nessuna parte; lui pensava soprattutto a questo.
La nonna gli aveva raccontato, quando era ancora piccolo e doveva andare a scuola, che ogni fiore del paradiso terrestre era in realtà un dolce buonissimo, che ogni stame era pieno del vino migliore, che su un fiore c'era la storia, su un altro la geografia o le tabelline, e che bastava mangiarli per imparare le lezioni; quanto più se ne mangiavano, tanto più si imparava di storia, geografia e tabelline.
A quei tempi lui ci credeva, ma ora che era cresciuto, l'aveva imparato di più e era diventato più sveglio, aveva capito che doveva esserci un altro genere di bellezza nel paradiso terrestre.
«Oh! Perché Eva violò la legge dell'albero della conoscenza? Perché Adamo mangiò il frutto proibito? Se fossi stato io, non sarebbe successo! Non sarebbe mai arrivato il peccato sulla Terra!»
Così diceva allora e così diceva ancora adesso, che aveva diciassette anni. Il paradiso terrestre occupava tutti i suoi pensieri!
Un giorno andò nel bosco, se ne andò da solo, perché questo era il suo divertimento preferito.
Venne sera e le nuvole si ingrossarono, si mise a piovere forte come se il cielo fosse un'unica cataratta da cui cadeva tutta l'acqua; era così buio che sembrava di essere di notte nel pozzo più profondo. Il principe cominciò ora a scivolare sull'erba bagnata, ora a cadere sulle pietre nude che sporgevano dal terreno. Tutto gocciolava d'acqua, e il principe stesso si ritrovò bagnato fradicio. Si dovette arrampicare su grossi blocchi di pietra coperti di alto muschio che gocciolava tutto. Stava per svenire, quando sentì uno strano sibilo e vide davanti a sé una grande grotta illuminata. Nel mezzo ardeva un fuoco così grande che ci si poteva arrostire un cervo, e era infatti quel che stava accadendo. Un bellissimo cervo dalle lunghe corna era stato messo sullo spiedo e girava lentamente, appoggiato a due tronchi d'abete abbattuti.
Una vecchia grossa e robusta, che sembrava un uomo travestito, era seduta vicino al fuoco e vi gettava senza sosta pezzi di legna.
«Vieni più vicino!» disse «siediti vicino al fuoco così i tuoi abiti asciugheranno.»
«C'è un'aria terribile, qui» esclamò il principe sedendosi sul pavimento.
«Sarà ancora peggio quando torneranno a casa i miei figli!» rispose la donna. «Ti trovi nella grotta dei venti, i miei figli sono i quattro venti del mondo. Lo capisci?»
«Dove sono i tuoi figli?» chiese il principe.
«Non è facile rispondere a una domanda sciocca! I miei figli sono in libertà, giocano a palla con le nuvole su nel grande salone» e indicò verso l'alto.
«Ah sì?» esclamò il principe. «Però voi parlate duramente e non siete dolce come le altre donne che di solito mi stanno intorno!»
«Certo! Quelle non avranno altro da fare! Io devo essere dura se voglio che i miei figli siano disciplinati. E ci riesco, anche se hanno la testa dura! Vedi quei quattro sacchi appesi alla parete? Di quelli hanno paura proprio come tu avevi paura della bacchetta dietro lo specchio. Io sono ancora capace di piegare i miei ragazzi, te lo assicuro, e di metterli nel sacco. Qui non facciamo complimenti! Restano lì dentro e non tornano a bighellonare, finché non credo che sia giunto il momento giusto. Ma ecco che ne arriva uno.»
Era il vento del Nord, che entrò con un freddo incredibile; grossi chicchi di grandine rimbalzarono sul pavimento e fiocchi di neve volarono dappertutto. Indossava calzoni e una giacca di pelle d'orso, un cappello di pelle di foca gli copriva anche le orecchie; lunghi ghiaccioli gli pendevano dalla barba, e dal bavero della giacca caddero per terra chicchi di grandine.
«Non andare subito vicino al fuoco!» lo avvertì il principe. «Possono venirti i geloni alle mani e al viso!»
«Geloni!» disse il vento del Nord ridendo forte. «Geloni! è proprio il mio divertimento preferito! E tu chi sei? Come mai sei qui nella grotta dei venti?»
«È mio ospite» disse la vecchia «e se non sei soddisfatto di questa spiegazione puoi sempre andartene nel sacco! Mi conosci bene!»
La frase ebbe il suo effetto, e il vento del Nord raccontò da dove proveniva e dove era stato per quasi un mese intero.
«Vengo dal Polo!» disse. «Sono andato verso l'Isola degli Orsi con alcuni russi cacciatori di trichechi. Ho dormito sul timone mentre navigavano da Capo Nord. Quando ogni tanto mi svegliavo, le procellarie mi volavano tutt'intorno. È proprio uno strano uccello, si solleva con un rapido colpo delle ali, poi le mantiene completamente immobili e pure vola velocissimo.»
«Non essere troppo prolisso!» esclamò la madre dei venti. «Sei poi arrivato all'Isola degli Orsi?»
«Che bellezza! C'è un pavimento fantastico per ballare, è tutto liscio come un piatto. Laggiù c'era neve mezza gelata e muschio, pietre appuntite e ossa di tricheco e di orso polare, sembravano proprio braccia e gambe di antichi guerrieri ricoperti di muffa verde, come se il sole non li avesse mai raggiunti. Disperdendo la nebbia con il mio soffio scoprii un rifugio, una capanna di rottami ricoperta di pelle di tricheco, con la parte della carne tutta rossa e verde rivolta verso l'esterno. Sul tetto era seduto un orso bianco vivo che brontolava. Poi andai alla spiaggia a vedere i nidi di uccello; trovai dei piccoli ancora implumi, che gridavano con il becco spalancato; io soffiai nelle loro mille gole e così impararono a tenere la bocca chiusa. Più oltre c'erano trichechi che si rotolavano come budella vive o come enormi lombrichi con la testa di maiale e denti lunghissimi!»
«Sai raccontare benissimo, figlio mio!» disse la madre. «Mi viene l'acquolina in bocca a ascoltarti.»
«Poi ci fu la caccia. L'arpione venne infilato nel petto del tricheco, e uno spruzzo di sangue fumante si sparse sul ghiaccio come fosse una fontana. Allora pensai di intervenire. Soffiai e intrappolai le imbarcazioni con i miei velieri, gli altissimi iceberg. Accidenti come fischiarono i cacciatori! come gridarono! Ma io fischiai ancora più forte. Dovettero trascinare sul ghiaccio i corpi dei trichechi morti, le casse e le sartie! Io gli scrollai intorno neve e li costrinsi a dirigersi trascinando le loro prede verso sud, sempre con le navi intrappolate tra il ghiaccio, così assaggeranno l'acqua salata del Sud! E non torneranno mai più all'Isola degli Orsi!»
«Allora hai fatto del male!» esclamò la madre dei venti.
«Il bene che ho fatto lo racconteranno gli altri!» rispose il vento. «Ma ecco che arriva mio fratello di Ponente, è quello con cui mi trovo meglio, sa di mare e porta con sé una bella frescura.»
«È il piccolo Zefiro?» chiese il principe.
«Sì, è Zefiro» rispose la vecchia «ma non è più così piccolo. Tanto tempo fa era proprio un bel ragazzino, ma ora quei tempi sono passati!»
Aveva un aspetto selvaggio, si proteggeva le testa con un cercine e in mano teneva un bastone di mogano preso nelle foreste americane. Non ci si poteva aspettare di meno!
«Da dove vieni?» gli chiese sua madre.
«Dalle foreste vergini!» rispose. «Dove le liane piene di spine si avvolgono tra gli alberi, dove il serpente d'acqua è nascosto tra l'erba e dove gli uomini sono di troppo!»
«Che cos'hai fatto lì?»
«Ho visto un fiume profondo che si gettava da una roccia e si trasformava in pulviscolo risalendo verso le nuvole, per reggere l'arcobaleno. Ho visto nuotare il bufalo selvaggio in quel fiume e ho visto che la corrente lo travolgeva: inseguiva uno stormo di anatre selvatiche, ma queste si alzarono in volo quando l'acqua precipitò, il bufalo invece cadde giù: è stato proprio bello! Poi mi misi a soffiare una tale tempesta che gli alberi secolari si sradicarono e si spezzarono.»
«Non hai fatto altro?» chiese la vecchia.
«Ho fatto le capriole nelle savane, ho accarezzato i cavalli selvaggi e ho scrollato le palme da cocco! Certo: ne ho di storie da raccontare! Ma non si deve dire tutto ciò che si sa. Lo sai anche tu, vecchia mia» e intanto baciò sua madre e quasi la fece cadere a terra; era proprio un ragazzo selvaggio.
Poi arrivò il vento del Sud, col turbante e un mantello da beduino che svolazzava.
«Fa proprio freddo qua dentro!» disse, e aggiunse legna al fuoco. «Si sente subito che il vento del Nord è già arrivato.»
«Adesso fa così caldo che si potrebbe arrostire un orso bianco!» rispose il vento del Nord.
«Tu sei un orso bianco!» replicò il vento del Sud.
«Volete finire nel sacco?» chiese la vecchia. «Siediti su quella pietra e racconta dove sei stato.»
«In Africa, mamma» rispose. «Sono stato con gli ottentotti a caccia del leone, nel paese dei cafri. Che erba cresce su quelle pianure! verde come le olive. L'antilope ha danzato e lo struzzo ha fatto una gara con me, ma io sono stato più veloce. Sono arrivato fino al deserto giallo di sabbia: sembra il fondo del mare. Ho incontrato una carovana: stavano uccidendo il loro ultimo cammello per avere un po' d'acqua da bere, ma ce n'era molto poca. Il sole ardeva in alto e la sabbia bruciava in basso. Il deserto non aveva confini. Allora mi sono rotolato tra quella sabbia sottile e leggera, sollevandola. Avresti dovuto vedere come si piegava il dromedario e come il commerciante si tirava il caffettano sulla testa! Si è gettato a terra davanti a me come se fossi stato Allah, il suo Dio. Adesso sono là seppelliti, c'è una piramide di sabbia su di loro; quando un giorno la soffierò via, il sole imbiancherà le loro ossa bianche e i viandanti vedranno che lì c'erano già stati altri uomini prima. Altrimenti non lo si potrebbe credere, nel deserto!»
«Allora hai fatto solo del male!» disse la madre. «Vai nel sacco!» e prima che lui se ne accorgesse, era già stato afferrato alla vita e messo nel sacco. Questo rotolò sul pavimento, ma la vecchia vi si sedette sopra e così dovette calmarsi.
«Avete proprio dei bravi ragazzi!» disse il principe.
«Insomma!» rispose la vecchia «ma io so farli rigare dritto! Ecco che arriva il quarto!»
Era il vento dell'Est, vestito come un cinese.
«Ah, vieni da quella parte!» disse la madre. «Credevo che fossi stato nel paradiso terrestre.»
«No, ci vado domani!» rispose il vento dell'Est. «Domani scadono cento anni dall'ultima volta. Adesso vengo dalla Cina, dove ho ballato intorno alla torre di porcellana, perché tutte le campane suonassero. Per la strada i funzionari venivano colpiti sulla schiena con canne di bambù; erano tutti funzionari dal primo al nono grado e gridavano: "Molte grazie, mio paterno benefattore!," ma non pensavano certo niente di simile, io intanto facevo suonare le campane e cantavo tsing, tsang, tsu!»
«Sei troppo vivace!» disse la vecchia. «Per fortuna domani andrai al paradiso terrestre, e ti gioverà all'educazione! Bevi tanto dalla fonte della saggezza e portane una bottiglietta anche a me.»
«Lo farò!» rispose il vento dell'Est. «Ma perché hai chiuso mio fratello del Sud nel sacco? Liberalo! Mi deve raccontare dell'araba fenice. La principessa del paradiso terrestre vuole sempre sentir parlare di quell'uccello, quando le faccio visita ogni cento anni. Apri il sacco! Sei la mia cara mamma e ti regalerò due tasche piene di tè, verde e fresco, colto proprio sul posto!»
«Aprirò il sacco solo per il tè e perché sei il mio preferito!»
Così fece e il vento del Sud tornò fuori, ma era molto afflitto, perché quel principe straniero aveva assistito a tutto.
«Eccoti qui una foglia di palma per la principessa!» disse. «Me l'ha data la vecchia araba fenice, l'unica che c'era al mondo; col becco vi ha inciso tutta la storia della sua vita, dei cento anni che è vissuta. Così lei potrà leggerla da sola. Io stesso ho visto l'araba fenice appiccare il fuoco al suo nido, posarvisi sopra e ardere, come una donna indiana. Come scricchiolavano i rami secchi, che fumo e che profumo! Alla fine ci fu una grande fiammata e la vecchia araba fenice diventò cenere, ma il suo uovo brillò incandescente sul fuoco, poi si aprì con un gran fragore e ne uscì il figlio, che ora è re di tutti gli uccelli: è l'unica araba fenice che c'è al mondo. Egli stesso ha fatto un buco nella foglia che ti ho dato, è un piccolo saluto per la principessa.»
«Adesso però dobbiamo mangiare qualcosa!» intervenne la madre dei venti, e così tutti sedettero a mangiare il cervo arrostito; il principe si mise vicino al vento dell'Est e subito divennero buoni amici.
«Raccontami un po'» gli disse «che principessa è quella di cui parlate tanto, e dove si trova il paradiso terrestre?»
«Oh!» disse il vento dell'Est «se ci vuoi andare puoi venire con me domani. Ma ti devo avvertire che non c'è più stato nessun altro uomo dopo Adamo e Eva. E quelli li conosci di certo dalla Bibbia!»
«Certo!» rispose il principe.
«Quando furono cacciati, il paradiso terrestre precipitò sulla terra, ma mantenne il caldo sole, l'aria mite e tutte le sue meraviglie. Vi abita la regina delle fate, nell'isola della beatitudine dove la morte non arriva mai; è proprio bello starci! Domani siediti sulla mia schiena e io ti porterò con me: credo che si possa fare. Ma adesso smetti di parlare, perché voglio dormire.»
E così tutti dormirono.
Nelle prime ore del mattino il principe si svegliò e restò non poco stupito vedendo che era già in alto sopra le nuvole. Era seduto sulla schiena del vento, che lo teneva ben stretto, erano così in alto che i boschi, i fiumi e i laghi apparivano come su una carta geografica illuminata.
«Buon giorno!» disse il vento dell'Est. «Potevi anche dormire un po' di più, non c'è molto da vedere nel paese che c'è sotto di noi. A meno che tu abbia voglia di contare le chiese: sembrano macchie di gesso sulla tavola verde.» Quello che lui chiamava tavola verde erano in realtà prati e campi.
«È stato scortese che io non abbia salutato tua madre e i tuoi fratelli!» esclamò il principe.
«Quando si dorme non si ha colpa» rispose il vento dell'Est e volò più in fretta di prima. Lo si poteva sentire dalle cime dei boschi: quando si sfioravano, i rami e le foglie frusciavano, e lo si poteva capire dal mare e dai laghi: dove passavano loro, le onde si ingrossavano e le grosse navi si piegavano verso l'acqua, come cigni che nuotino.
Verso sera, quando si fece buio, fu divertente guardare le grandi città; le luci brillavano un po' qua e un po' là, come quando si brucia un pezzo di carta e si vedono molte piccole scintille di fuoco scomparire, simili ai bambini che escono da scuola. Il principe batté le mani, ma il vento dell'Est gli chiese di non farlo, e di tenersi ben saldo, perché altrimenti sarebbe potuto cadere e rimanere appeso alle guglie di qualche chiesa.
L'aquila vola leggera nel bosco scuro, ma il vento dell'Est volava ancora più leggero. Il cosacco cavalca veloce le pianure sul suo cavallino, ma il principe cavalcava in modo ben diverso.
«Ora puoi vedere l'Himalaja!» esclamò il vento dell'Est. «È la montagna più alta dell'Asia; tra poco saremo al paradiso terrestre.»
Si diressero verso sud e subito sentirono un profumo di aromi e di fiori. I fichi e i melograni crescevano liberamente e l'uva aveva grappoli rossi e blu. I due scesero e si sdraiarono sulla tenera erba, dove i fiori si inchinavano al vento come avessero voluto dire: "Bentornato!."
«Siamo nel paradiso terrestre?» chiese il principe.
«Certo che no!» rispose il vento dell'Est «ma ci saremo presto. Vedi quella parete di roccia e quella grossa grotta, dove i tralci di vite pendono come grandi tende verdi? Dobbiamo passare là in mezzo. Avvolgiti bene nel mantello, qui il sole è caldo, ma tra un passo ci sarà un freddo polare. L'uccello che passa davanti alla grotta ha un'ala nella calda estate e l'altra nel freddo inverno.»
«È quella la strada per il paradiso terrestre?» chiese il principe.
Entrarono nella grotta, uh, che freddo faceva! Ma non durò a lungo. Il vento dell'Est allargò le ali e queste brillarono come il fuoco più lucente; che grotta! Grossi massi di pietra, da cui gocciolava l'acqua, pendevano sopra di loro nelle forme più strane, ogni tanto era così stretto che dovevano camminare a quattro zampe, altre volte così alto e ampio che sembrava d'essere all'aria aperta. Pareva di essere in una cappella funebre, con canne d'organo mute e stendardi pietrificati!
«Passiamo per la strada della morte per arrivare al paradiso terrestre?» chiese il principe, ma il vento non rispose, e indicò davanti a loro: una meravigliosa luce azzurra veniva loro incontro. I massi di pietra si trasformavano sempre più in nebbia, e alla fine divennero trasparenti come una nuvola bianca nella luce lunare. Ora si trovavano immersi in un'aria mite e trasparente, fresca come sulle montagne e profumata come vicino alle rose della valle.
Scorreva un fiume, trasparente come l'aria stessa, e i pesci erano d'oro e d'argento; anguille color porpora, che a ogni movimento sprizzavano scintille azzurre, giocavano sott'acqua, le larghe foglie della ninfea avevano i colori dell'arcobaleno, il fiore era una fiamma rosso-gialla ardente che l'acqua nutriva, così come l'olio nutre la lampada! un ponte di marmo ben saldo, ma intagliato così finemente e con tale arte da sembrare fatto di pizzi e perle, portava all'isola della beatitudine, dove fioriva il paradiso terrestre.
Il vento prese in braccio il principe e lo portò dall'altra parte. Lì i fiori e le foglie cantavano le più deliziose canzoni della sua infanzia, ma con una tale dolcezza, che nessuna voce umana può possedere.
Erano palme e gigantesche piante acquatiche quelle che crescevano? Alberi così grandi e rigogliosi il principe non ne aveva mai visti! Stranissime piante rampicanti pendevano in lunghe corone, come quelle che si trovano raffigurate a vari colori e in oro sul margine di vecchi libri di santi, o intrecciate con le lettere iniziali. Era una strana unione di uccelli, fiori e ghirigori. Nell'erba folta si trovava un gruppo di pavoni con le code tese che luccicavano. Davvero! Quando il principe li toccò, capì che non erano animali, ma piante, enormi piante di farfaraccio che brillavano come fossero state bellissime code di pavoni. Il leone e la tigre balzarono, come agili gatti, tra i verdi cespugli che profumavano come i fiori dell'olivo; sia il leone che la tigre erano mansueti; la colomba selvatica brillava come la perla più bella e frullava le ali sulla criniera del leone; l'antilope, che di solito è molto timida, faceva cenno col capo come avesse voluto giocare anche lei.
Poi giunse la fata del paradiso terrestre, i suoi abiti splendevano come il sole e il suo viso era dolce, come quello di una madre che è felice per il suo bambino. Era così giovane e bella, e era accompagnata da fanciulle bellissime, ognuna con una stella che brillava tra i capelli.
Il vento dell'Est le diede la foglia scritta dall'araba fenice, e i suoi occhi brillarono di gioia. Prese per mano il principe e lo condusse nel suo castello, dove le pareti avevano i colori dei più bei petali di tulipani messi contro sole, e il soffitto stesso era un enorme fiore luminoso, e più lo si guardava, più il calice sembrava profondo. Il principe andò alla finestra e guardò fuori; vide così l'albero della conoscenza, con il serpente, e lì vicino Adamo e Eva. «Non sono stati cacciati?» chiese, e la fata sorrise e gli spiegò che il tempo aveva impresso a fuoco, su ogni finestra, un'immagine, ma non come siamo abituati a vedere noi, in quelle c'era vita, le foglie degli alberi si muovevano e gli uomini andavano e venivano, come in uno specchio. Egli guardò allora in un'altra finestra, e vide il sogno di Giacobbe, con la scala che portava fino al cielo e gli angeli che volavano su e giù con le loro grandi ali. Sì, tutto quanto era avvenuto nel mondo viveva là e si muoveva nei vetri delle finestre, solo il tempo aveva potuto imprimervi immagini così splendide!
La fata sorrise e lo condusse in un salone, ampio e molto alto, le cui pareti sembravano vetrate trasparenti, istoriate con volti uno più bello dell'altro. Lì si trovavano milioni di beati, che sorridevano e cantavano, e tutto andava a formare un'unica melodia, quelli più in alto erano così lontani che apparivano più piccoli del più piccolo bocciuolo di rosa che si può disegnare come un punto sulla carta. In mezzo al salone c'era un grande albero con rami pieni di foglie; mele dorate, grandi e piccole, comparivano come arance tra le foglie verdi. Questo era l'albero della conoscenza, di cui Adamo e Eva avevano mangiato il frutto. Da ogni foglia pendeva una lucente goccia rossa di rugiada: era come se l'albero versasse lacrime di sangue.
«Saliamo sulla barca!» disse la fata «ci rinfrescheremo, abbandonati alle onde! La barca dondola, ma non si muove, eppure tutti i paesi del mondo passeranno davanti ai nostri occhi.» Era proprio strano vedere come tutta la costa si muoveva. Giunsero le alte Alpi coperte di neve, con grosse nuvole e neri abeti, il corno risuonava malinconico e il pastore cantava con allegria lo jodel verso la valle. Poi vide i banani piegare i loro lunghi e carichi rami verso la barca; cigni neri come il carbone nuotavano e gli animali e i fiori più strani si trovavano sulla riva. Era la Nuova Zelanda, la quinta parte del mondo, che passava davanti a loro, mostrando le sue montagne azzurre. Si sentiva il canto della principessa e si vedevano le danze dei selvaggi al suono del tamburo e delle trombe di osso. Le piramidi dell'Egitto, che arrivavano fino alle nuvole, passarono di lì, e con loro colonne e sfingi crollate, semicoperte dalla sabbia. L'aurora boreale brillava sui vulcani del Nord, era un fuoco d'artifìcio impossibile da imitare. Il principe era così felice, e vide cento volte più cose di quelle che vi abbiamo raccontato .
«Posso restare qui per sempre?» chiese.
«Dipende da te! Se non ti lasci tentare, come Adamo, a fare ciò che è vietato, potrai restare qui.»
«Non toccherò le mele dell'albero della conoscenza» disse il principe. «Qui ci sono migliaia di altri frutti belli come quelle!»
«Esamina te stesso: se non sei abbastanza deciso, riparti con il vento dell'Est che ti ha portato fin qui; lui ora riparte e tornerà solo tra cento anni; cento anni che trascorreranno per te in questo luogo come fossero solo cento ore, ma è comunque un periodo lungo per la tentazione e il peccato. Ogni sera, quando me ne andrò, ti dirò: "Seguimi!," e ti farò cenno con la mano, ma tu non dovrai seguirmi. Non venire con me, altrimenti a ogni passo il tuo desiderio diventerà sempre più grande; arriverai nella sala dove cresce l'albero della conoscenza; io dormo sotto i suoi rami pendenti pieni di profumo. Tu ti piegherai su di me e io ti sorriderò, ma se tu mi darai un bacio sulla bocca, il paradiso terrestre sprofonderà nella terra e tu lo perderai. Il vento tagliente del deserto ti avvolgerà, la fredda pioggia ti bagnerà i capelli. Dolore e tribolazione saranno tutto il tuo avere!»
«Resto qui!» esclamò il principe, e il vento dell'Est lo baciò in fronte dicendo: «Sii forte, e ci rivedremo tra cento anni! Addio, addio!» e allargò le grandi ali, e queste luccicarono come il grano durante il raccolto, o come l'aurora boreale nel freddo inverno. "Addio, addio!" risuonò tra i fiori e gli alberi. Le cicogne e i pellicani volarono in fila, come nastri svolazzanti, e lo accompagnarono fino al confine del paradiso terrestre.
«Ora cominceranno le danze!» disse la fata «alla fine, quando ballerò con te, vedrai che al calar del sole ti farò cenno e ti dirò: "Seguimi!," ma tu non farlo. Per cento anni ogni sera dovrò ripetere questo invito, e ogni volta che supererai la prova diventerai più forte, e alla fine non ti costerà nulla. Stasera sarà la prima volta, ti ho avvertito!»
La fata lo portò in un salone pieno di bianchi gigli trasparenti, i cui gialli pistilli erano arpe dorate che emettevano i suoni degli strumenti a corda e dei flauti. Bellissime fanciulle, agili e leggere vestite di veli ondeggianti che lasciavano vedere quei deliziosi corpi, si libravano nella danza e cantavano che la vita era bella, e che non volevano morire, e che il paradiso terrestre sarebbe sempre rimasto in fiore.
Il sole tramontò e il cielo divenne tutto d'oro, i gigli brillarono come le rose più belle e il principe bevve il vino spumeggiante, che le fanciulle gli offrivano: sentì un senso di beatitudine, che non aveva mai provato prima. Vide che il fondo della sala si apriva e l'albero della conoscenza appariva in tutto il suo splendore, abbagliando la vista del principe; dall'albero giungeva un canto dolce e meraviglioso, che aveva la voce di sua madre, e gli sembrò che cantasse: "Bambino mio! mio amato figlio!."
In quel momento la fata gli fece cenno e gli gridò amabilmente: «Seguimi! Seguimi!». Egli si precipitò da lei, dimenticando la sua promessa; la dimenticò già la prima sera, quando la fata gli sorrise e gli fece cenno. Il profumo, quell'intenso profumo che lo circondava, si fece ancora più forte, le arpe suonavano in modo ancor più delizioso e sembrò che milioni di volti sorridessero nel salone dove l'albero cresceva, si dondolava e cantava: «Bisogna conoscere tutto! L'uomo è il signore della Terra!». E non erano più lacrime di sangue, quelle che cadevano dalle foglie dell'albero, erano per lui rosse stelle luminose. «Seguimi! Seguimi!» risuonava la tremula melodia, e a ogni passo le guance del principe si infuocavano sempre più e il sangue circolava più in fretta. «Devo andare!» disse «non è peccato, non può esserlo! Perché non seguire la bellezza e la gioia? Voglio vederla dormire. Nulla è perduto, se non la bacio, e io non la bacerò, sono forte, ho una volontà risoluta.»
La fata gettò il suo abito splendente, e piegò verso di sé i rami che subito la nascosero.
«Non ho ancora peccato!» esclamò il principe «e neppure lo farò!» e intanto spostò i rami: lei dormiva già, bellissima, come solo una fata del paradiso terrestre può esserlo, e sorrideva nel sogno; lui si chinò verso di lei e vide che le lacrime le tremavano sulle ciglia.
«Piangi per me?» sussurrò «non piangere, bella creatura! Solo ora comprendo la felicità del paradiso terrestre, mi scorre nel sangue, nei pensieri, sento nel mio corpo terreno la forza dei cherubini e la vita eterna. Che la notte eterna mi prenda! Voglio vivere ancora un attimo di questa ricchezza!» e baciò le lacrime che erano su quegli occhi, e la sua bocca toccò quella di lei...
Risuonò un fragore di tuono, profondo e terribile, come mai nessuno aveva sentito, e tutto precipitò: la bella fata, il paradiso fiorito sprofondarono, sprofondarono tanto che il principe li vide sparire nella nera notte; poi brillarono lontanissimo, come una piccolissima stella. Il freddo della morte gli trapassò il corpo, egli chiuse gli occhi e giacque a lungo, come morto.
La fredda pioggia gli cadde sul viso, il vento tagliente soffiò su di lui, allora riprese conoscenza. «Che cosa ho fatto!» sospirò «ho peccato, come Adamo! Ho peccato, così il paradiso terrestre è sprofondato!» Aprì gli occhi, vedeva ancora quella stella lontanissima, che brillava come il paradiso perduto; era la stella del mattino nel cielo.
Si alzò e si trovò nel grande bosco, vicino alla grotta dei venti, e la madre dei venti era seduta al suo fianco: adirata agitava le braccia in aria.
«Già la prima sera!» disse «lo sapevo! Se tu fossi mio figlio ti chiuderei nel sacco!»
«Finirà proprio lì!» disse la morte, che era un vecchio robusto con una falce in mano e grandi ali nere. «Lo metterò in una bara, ma non subito; gli farò un segno e lo lascerò vagare per il mondo un po' di tempo, per espiare il suo peccato e per diventare migliore. Quando meno se lo aspetterà, lo metterò nella bara nera, lo poserò sulla mia testa e volerò verso la stella; anche lassù fiorisce il paradiso terrestre, e se lui sarà buono e pio, potrà entrarvi, se invece i suoi pensieri saranno cattivi e il suo cuore ancora pieno di peccato, sprofonderà con la bara ancora più in basso del paradiso terrestre, e solo ogni cento anni andrò a prenderlo per vedere se dovrà sprofondare di più o se potrà andare sulla stella, su quella stella che luccica lassù!»
There was once a king's son who had a larger and more beautiful collection of books than any one else in the world, and full of splendid copper-plate engravings. He could read and obtain information respecting every people of every land; but not a word could he find to explain the situation of the garden of paradise, and this was just what he most wished to know. His grandmother had told him when he was quite a little boy, just old enough to go to school, that each flower in the garden of paradise was a sweet cake, that the pistils were full of rich wine, that on one flower history was written, on another geography or tables; so those who wished to learn their lessons had only to eat some of the cakes, and the more they ate, the more history, geography, or tables they knew. He believed it all then; but as he grew older, and learnt more and more, he became wise enough to understand that the splendor of the garden of paradise must be very different to all this. "Oh, why did Eve pluck the fruit from the tree of knowledge? why did Adam eat the forbidden fruit?" thought the king's son: "if I had been there it would never have happened, and there would have been no sin in the world." The garden of paradise occupied all his thoughts till he reached his seventeenth year.

One day he was walking alone in the wood, which was his greatest pleasure, when evening came on. The clouds gathered, and the rain poured down as if the sky had been a waterspout; and it was as dark as the bottom of a well at midnight; sometimes he slipped over the smooth grass, or fell over stones that projected out of the rocky ground. Every thing was dripping with moisture, and the poor prince had not a dry thread about him. He was obliged at last to climb over great blocks of stone, with water spurting from the thick moss. He began to feel quite faint, when he heard a most singular rushing noise, and saw before him a large cave, from which came a blaze of light. In the middle of the cave an immense fire was burning, and a noble stag, with its branching horns, was placed on a spit between the trunks of two pine-trees. It was turning slowly before the fire, and an elderly woman, as large and strong as if she had been a man in disguise, sat by, throwing one piece of wood after another into the flames.

"Come in," she said to the prince; "sit down by the fire and dry yourself."

"There is a great draught here," said the prince, as he seated himself on the ground.

"It will be worse when my sons come home," replied the woman; "you are now in the cavern of the Winds, and my sons are the four Winds of heaven: can you understand that?"

"Where are your sons?" asked the prince.

"It is difficult to answer stupid questions," said the woman. "My sons have plenty of business on hand; they are playing at shuttlecock with the clouds up yonder in the king's hall," and she pointed upwards.

"Oh, indeed," said the prince; "but you speak more roughly and harshly and are not so gentle as the women I am used to."

"Yes, that is because they have nothing else to do; but I am obliged to be harsh, to keep my boys in order, and I can do it, although they are so head-strong. Do you see those four sacks hanging on the wall? Well, they are just as much afraid of those sacks, as you used to be of the rat behind the looking-glass. I can bend the boys together, and put them in the sacks without any resistance on their parts, I can tell you. There they stay, and dare not attempt to come out until I allow them to do so. And here comes one of them."

It was the North Wind who came in, bringing with him a cold, piercing blast; large hailstones rattled on the floor, and snowflakes were scattered around in all directions. He wore a bearskin dress and cloak. His sealskin cap was drawn over his ears, long icicles hung from his beard, and one hailstone after another rolled from the collar of his jacket.

"Don't go too near the fire," said the prince, "or your hands and face will be frost-bitten."

"Frost-bitten!" said the North Wind, with a loud laugh; "why frost is my greatest delight. What sort of a little snip are you, and how did you find your way to the cavern of the Winds?"

"He is my guest," said the old woman, "and if you are not satisfied with that explanation you can go into the sack. Do you understand me?"

That settled the matter. So the North Wind began to relate his adventures, whence he came, and where he had been for a whole month. "I come from the polar seas," he said; "I have been on the Bear's Island with the Russian walrus-hunters. I sat and slept at the helm of their ship, as they sailed away from North Cape. Sometimes when I woke, the storm-birds would fly about my legs. They are curious birds; they give one flap with their wings, and then on their outstretched pinions soar far away."

"Don't make such a long story of it," said the mother of the winds; "what sort of a place is Bear's Island?"

"A very beautiful place, with a floor for dancing as smooth and flat as a plate. Half-melted snow, partly covered with moss, sharp stones, and skeletons of walruses and polar-bears, lie all about, their gigantic limbs in a state of green decay. It would seem as if the sun never shone there. I blew gently, to clear away the mist, and then I saw a little hut, which had been built from the wood of a wreck, and was covered with the skins of the walrus, the fleshy side outwards; it looked green and red, and on the roof sat a growling bear. Then I went to the sea shore, to look after birds' nests, and saw the unfledged nestlings opening their mouths and screaming for food. I blew into the thousand little throats, and quickly stopped their screaming. Farther on were the walruses with pig's heads, and teeth a yard long, rolling about like great worms."

"You relate your adventures very well, my son," said the mother, "it makes my mouth water to hear you."

"After that," continued the North Wind, "the hunting commenced. The harpoon was flung into the breast of the walrus, so that a smoking stream of blood spurted forth like a fountain, and besprinkled the ice. Then I thought of my own game; I began to blow, and set my own ships, the great icebergs sailing, so that they might crush the boats. Oh, how the sailors howled and cried out! but I howled louder than they. They were obliged to unload their cargo, and throw their chests and the dead walruses on the ice. Then I sprinkled snow over them, and left them in their crushed boats to drift southward, and to taste salt water. They will never return to Bear's Island."

"So you have done mischief," said the mother of the Winds.

"I shall leave others to tell the good I have done," he replied. "But here comes my brother from the West; I like him best of all, for he has the smell of the sea about him, and brings in a cold, fresh air as he enters."

"Is that the little Zephyr?" asked the prince.

"Yes, it is the little Zephyr," said the old woman; "but he is not little now. In years gone by he was a beautiful boy; now that is all past."

He came in, looking like a wild man, and he wore a slouched hat to protect his head from injury. In his hand he carried a club, cut from a mahogany tree in the American forests, not a trifle to carry.

"Whence do you come?" asked the mother.

"I come from the wilds of the forests, where the thorny brambles form thick hedges between the trees; where the water-snake lies in the wet grass, and mankind seem to be unknown."

"What were you doing there?"

"I looked into the deep river, and saw it rushing down from the rocks. The water drops mounted to the clouds and glittered in the rainbow. I saw the wild buffalo swimming in the river, but the strong tide carried him away amidst a flock of wild ducks, which flew into the air as the waters dashed onwards, leaving the buffalo to be hurled over the waterfall. This pleased me; so I raised a storm, which rooted up old trees, and sent them floating down the river."

"And what else have you done?" asked the old woman.

"I have rushed wildly across the savannahs; I have stroked the wild horses, and shaken the cocoa-nuts from the trees. Yes, I have many stories to relate; but I need not tell everything I know. You know it all very well, don't you, old lady?" And he kissed his mother so roughly, that she nearly fell backwards. Oh, he was, indeed, a wild fellow.

Now in came the South Wind, with a turban and a flowing Bedouin cloak.

"How cold it is here!" said he, throwing more wood on the fire. "It is easy to feel that the North Wind has arrived here before me."

"Why it is hot enough here to roast a bear," said the North Wind.

"You are a bear yourself," said the other.

"Do you want to be put in the sack, both of you?" said the old woman. "Sit down, now, on that stone, yonder, and tell me where you have been."

"In Africa, mother. I went out with the Hottentots, who were lion-hunting in the Kaffir land, where the plains are covered with grass the color of a green olive; and here I ran races with the ostrich, but I soon outstripped him in swiftness. At last I came to the desert, in which lie the golden sands, looking like the bottom of the sea. Here I met a caravan, and the travellers had just killed their last camel, to obtain water; there was very little for them, and they continued their painful journey beneath the burning sun, and over the hot sands, which stretched before them a vast, boundless desert. Then I rolled myself in the loose sand, and whirled it in burning columns over their heads. The dromedarys stood still in terror, while the merchants drew their caftans over their heads, and threw themselves on the ground before me, as they do before Allah, their god. Then I buried them beneath a pyramid of sand, which covers them all. When I blow that away on my next visit, the sun will bleach their bones, and travellers will see that others have been there before them; otherwise, in such a wild desert, they might not believe it possible."

"So you have done nothing but evil," said the mother. "Into the sack with you;" and, before he was aware, she had seized the South Wind round the body, and popped him into the bag. He rolled about on the floor, till she sat herself upon him to keep him still.

"These boys of yours are very lively," said the prince.

"Yes," she replied, "but I know how to correct them, when necessary; and here comes the fourth." In came the East Wind, dressed like a Chinese.

"Oh, you come from that quarter, do you?" said she; "I thought you had been to the garden of paradise."

"I am going there to-morrow," he replied; "I have not been there for a hundred years. I have just come from China, where I danced round the porcelain tower till all the bells jingled again. In the streets an official flogging was taking place, and bamboo canes were being broken on the shoulders of men of every high position, from the first to the ninth grade. They cried, 'Many thanks, my fatherly benefactor;' but I am sure the words did not come from their hearts, so I rang the bells till they sounded, 'ding, ding-dong.'"

"You are a wild boy," said the old woman; "it is well for you that you are going to-morrow to the garden of paradise; you always get improved in your education there. Drink deeply from the fountain of wisdom while you are there, and bring home a bottleful for me."

"That I will," said the East Wind; "but why have you put my brother South in a bag? Let him out; for I want him to tell me about the phoenix-bird. The princess always wants to hear of this bird when I pay her my visit every hundred years. If you will open the sack, sweetest mother, I will give you two pocketfuls of tea, green and fresh as when I gathered it from the spot where it grew."

"Well, for the sake of the tea, and because you are my own boy, I will open the bag."

She did so, and the South Wind crept out, looking quite cast down, because the prince had seen his disgrace.

"There is a palm-leaf for the princess," he said. "The old phoenix, the only one in the world, gave it to me himself. He has scratched on it with his beak the whole of his history during the hundred years he has lived. She can there read how the old phoenix set fire to his own nest, and sat upon it while it was burning, like a Hindoo widow. The dry twigs around the nest crackled and smoked till the flames burst forth and consumed the phoenix to ashes. Amidst the fire lay an egg, red hot, which presently burst with a loud report, and out flew a young bird. He is the only phoenix in the world, and the king over all the other birds. He has bitten a hole in the leaf which I give you, and that is his greeting to the princess."

"Now let us have something to eat," said the mother of the Winds. So they all sat down to feast on the roasted stag; and as the prince sat by the side of the East Wind, they soon became good friends.

"Pray tell me," said the prince, "who is that princess of whom you have been talking! and where lies the garden of paradise?"

"Ho! ho!" said the East Wind, "would you like to go there? Well, you can fly off with me to-morrow; but I must tell you one thing– no human being has been there since the time of Adam and Eve. I suppose you have read of them in your Bible."

"Of course I have," said the prince.

"Well," continued the East Wind, "when they were driven out of the garden of paradise, it sunk into the earth; but it retained its warm sunshine, its balmy air, and all its splendor. The fairy queen lives there, in the island of happiness, where death never comes, and all is beautiful. I can manage to take you there to-morrow, if you will sit on my back. But now don't talk any more, for I want to go to sleep;" and then they all slept.

When the prince awoke in the early morning, he was not a little surprised at finding himself high up above the clouds. He was seated on the back of the East Wind, who held him faithfully; and they were so high in the air that woods and fields, rivers and lakes, as they lay beneath them, looked like a painted map.

"Good morning," said the East Wind. "You might have slept on a while; for there is very little to see in the flat country over which we are passing unless you like to count the churches; they look like spots of chalk on a green board." The green board was the name he gave to the green fields and meadows.

"It was very rude of me not to say good-bye to your mother and your brothers," said the prince.

"They will excuse you, as you were asleep," said the East Wind; and then they flew on faster than ever.

The leaves and branches of the trees rustled as they passed. When they flew over seas and lakes, the waves rose higher, and the large ships dipped into the water like diving swans. As darkness came on, towards evening, the great towns looked charming; lights were sparkling, now seen now hidden, just as the sparks go out one after another on a piece of burnt paper. The prince clapped his hands with pleasure; but the East Wind advised him not to express his admiration in that manner, or he might fall down, and find himself hanging on a church steeple. The eagle in the dark forests flies swiftly; but faster than he flew the East Wind. The Cossack, on his small horse, rides lightly over the plains; but lighter still passed the prince on the winds of the wind.

"There are the Himalayas, the highest mountains in Asia," said the East Wind. "We shall soon reach the garden of paradise now."

Then, they turned southward, and the air became fragrant with the perfume of spices and flowers. Here figs and pomegranates grew wild, and the vines were covered with clusters of blue and purple grapes. Here they both descended to the earth, and stretched themselves on the soft grass, while the flowers bowed to the breath of the wind as if to welcome it. "Are we now in the garden of paradise?" asked the prince.

"No, indeed," replied the East Wind; "but we shall be there very soon. Do you see that wall of rocks, and the cavern beneath it, over which the grape vines hang like a green curtain? Through that cavern we must pass. Wrap your cloak round you; for while the sun scorches you here, a few steps farther it will be icy cold. The bird flying past the entrance to the cavern feels as if one wing were in the region of summer, and the other in the depths of winter."

"So this then is the way to the garden of paradise?" asked the prince, as they entered the cavern. It was indeed cold; but the cold soon passed, for the East Wind spread his wings, and they gleamed like the brightest fire. As they passed on through this wonderful cave, the prince could see great blocks of stone, from which water trickled, hanging over their heads in fantastic shapes. Sometimes it was so narrow that they had to creep on their hands and knees, while at other times it was lofty and wide, like the free air. It had the appearance of a chapel for the dead, with petrified organs and silent pipes. "We seem to be passing through the valley of death to the garden of paradise," said the prince.

But the East Wind answered not a word, only pointed forwards to a lovely blue light which gleamed in the distance. The blocks of stone assumed a misty appearance, till at last they looked like white clouds in moonlight. The air was fresh and balmy, like a breeze from the mountains perfumed with flowers from a valley of roses. A river, clear as the air itself, sparkled at their feet, while in its clear depths could be seen gold and silver fish sporting in the bright water, and purple eels emitting sparks of fire at every moment, while the broad leaves of the water-lilies, that floated on its surface, flickered with all the colors of the rainbow. The flower in its color of flame seemed to receive its nourishment from the water, as a lamp is sustained by oil. A marble bridge, of such exquisite workmanship that it appeared as if formed of lace and pearls, led to the island of happiness, in which bloomed the garden of paradise. The East Wind took the prince in his arms, and carried him over, while the flowers and the leaves sang the sweet songs of his childhood in tones so full and soft that no human voice could venture to imitate. Within the garden grew large trees, full of sap; but whether they were palm-trees or gigantic water-plants, the prince knew not. The climbing plants hung in garlands of green and gold, like the illuminations on the margins of old missals or twined among the initial letters. Birds, flowers, and festoons appeared intermingled in seeming confusion. Close by, on the grass, stood a group of peacocks, with radiant tails outspread to the sun. The prince touched them, and found, to his surprise, that they were not really birds, but the leaves of the burdock tree, which shone with the colors of a peacock's tail. The lion and the tiger, gentle and tame, were springing about like playful cats among the green bushes, whose perfume was like the fragrant blossom of the olive. The plumage of the wood-pigeon glistened like pearls as it struck the lion's mane with its wings; while the antelope, usually so shy, stood near, nodding its head as if it wished to join in the frolic. The fairy of paradise next made her appearance. Her raiment shone like the sun, and her serene countenance beamed with happiness like that of a mother rejoicing over her child. She was young and beautiful, and a train of lovely maidens followed her, each wearing a bright star in her hair. The East Wind gave her the palm-leaf, on which was written the history of the phoenix; and her eyes sparkled with joy. She then took the prince by the hand, and led him into her palace, the walls of which were richly colored, like a tulip-leaf when it is turned to the sun. The roof had the appearance of an inverted flower, and the colors grew deeper and brighter to the gazer. The prince walked to a window, and saw what appeared to be the tree of knowledge of good and evil, with Adam and Eve standing by, and the serpent near them. "I thought they were banished from paradise," he said.

The princess smiled, and told him that time had engraved each event on a window-pane in the form of a picture; but, unlike other pictures, all that it represented lived and moved,– the leaves rustled, and the persons went and came, as in a looking-glass. He looked through another pane, and saw the ladder in Jacob's dream, on which the angels were ascending and descending with outspread wings. All that had ever happened in the world here lived and moved on the panes of glass, in pictures such as time alone could produce. The fairy now led the prince into a large, lofty room with transparent walls, through which the light shone. Here were portraits, each one appearing more beautiful than the other– millions of happy beings, whose laughter and song mingled in one sweet melody: some of these were in such an elevated position that they appeared smaller than the smallest rosebud, or like pencil dots on paper. In the centre of the hall stood a tree, with drooping branches, from which hung golden apples, both great and small, looking like oranges amid the green leaves. It was the tree of knowledge of good and evil, from which Adam and Eve had plucked and eaten the forbidden fruit, and from each leaf trickled a bright red dewdrop, as if the tree were weeping tears of blood for their sin. "Let us now take the boat," said the fairy: "a sail on the cool waters will refresh us. But we shall not move from the spot, although the boat may rock on the swelling water; the countries of the world will glide before us, but we shall remain still."

It was indeed wonderful to behold. First came the lofty Alps, snow-clad, and covered with clouds and dark pines. The horn resounded, and the shepherds sang merrily in the valleys. The banana-trees bent their drooping branches over the boat, black swans floated on the water, and singular animals and flowers appeared on the distant shore. New Holland, the fifth division of the world, now glided by, with mountains in the background, looking blue in the distance. They heard the song of the priests, and saw the wild dance of the savage to the sound of the drums and trumpets of bone; the pyramids of Egypt rising to the clouds; columns and sphinxes, overthrown and buried in the sand, followed in their turn; while the northern lights flashed out over the extinguished volcanoes of the north, in fireworks none could imitate.

The prince was delighted, and yet he saw hundreds of other wonderful things more than can be described. "Can I stay here forever?" asked he.

"That depends upon yourself," replied the fairy. "If you do not, like Adam, long for what is forbidden, you can remain here always."

"I should not touch the fruit on the tree of knowledge," said the prince; "there is abundance of fruit equally beautiful."

"Examine your own heart," said the princess, "and if you do not feel sure of its strength, return with the East Wind who brought you. He is about to fly back, and will not return here for a hundred years. The time will not seem to you more than a hundred hours, yet even that is a long time for temptation and resistance. Every evening, when I leave you, I shall be obliged to say, 'Come with me,' and to beckon to you with my hand. But you must not listen, nor move from your place to follow me; for with every step you will find your power to resist weaker. If once you attempted to follow me, you would soon find yourself in the hall, where grows the tree of knowledge, for I sleep beneath its perfumed branches. If you stooped over me, I should be forced to smile. If you then kissed my lips, the garden of paradise would sink into the earth, and to you it would be lost. A keen wind from the desert would howl around you; cold rain fall on your head, and sorrow and woe be your future lot."

"I will remain," said the prince.

So the East Wind kissed him on the forehead, and said, "Be firm; then shall we meet again when a hundred years have passed. Farewell, farewell." Then the East Wind spread his broad pinions, which shone like the lightning in harvest, or as the northern lights in a cold winter.

"Farewell, farewell," echoed the trees and the flowers.

Storks and pelicans flew after him in feathery bands, to accompany him to the boundaries of the garden.

"Now we will commence dancing," said the fairy; "and when it is nearly over at sunset, while I am dancing with you, I shall make a sign, and ask you to follow me: but do not obey. I shall be obliged to repeat the same thing for a hundred years; and each time, when the trial is past, if you resist, you will gain strength, till resistance becomes easy, and at last the temptation will be quite overcome. This evening, as it will be the first time, I have warned you."

After this the fairy led him into a large hall, filled with transparent lilies. The yellow stamina of each flower formed a tiny golden harp, from which came forth strains of music like the mingled tones of flute and lyre. Beautiful maidens, slender and graceful in form, and robed in transparent gauze, floated through the dance, and sang of the happy life in the garden of paradise, where death never entered, and where all would bloom forever in immortal youth. As the sun went down, the whole heavens became crimson and gold, and tinted the lilies with the hue of roses. Then the beautiful maidens offered to the prince sparkling wine; and when he had drank, he felt happiness greater than he had ever known before. Presently the background of the hall opened and the tree of knowledge appeared, surrounded by a halo of glory that almost blinded him. Voices, soft and lovely as his mother's sounded in his ears, as if she were singing to him, "My child, my beloved child." Then the fairy beckoned to him, and said in sweet accents, "Come with me, come with me." Forgetting his promise, forgetting it even on the very first evening, he rushed towards her, while she continued to beckon to him and to smile. The fragrance around him overpowered his senses, the music from the harps sounded more entrancing, while around the tree appeared millions of smiling faces, nodding and singing. "Man should know everything; man is the lord of the earth." The tree of knowledge no longer wept tears of blood, for the dewdrops shone like glittering stars.

"Come, come," continued that thrilling voice, and the prince followed the call. At every step his cheeks glowed, and the blood rushed wildly through his veins. "I must follow," he cried; "it is not a sin, it cannot be, to follow beauty and joy. I only want to see her sleep, and nothing will happen unless I kiss her, and that I will not do, for I have strength to resist, and a determined will."

The fairy threw off her dazzling attire, bent back the boughs, and in another moment was hidden among them.

"I have not sinned yet," said the prince, "and I will not;" and then he pushed aside the boughs to follow the princess. She was lying already asleep, beautiful as only a fairy in the garden of paradise could be. She smiled as he bent over her, and he saw tears trembling out of her beautiful eyelashes. "Do you weep for me?" he whispered. "Oh weep not, thou loveliest of women. Now do I begin to understand the happiness of paradise; I feel it to my inmost soul, in every thought. A new life is born within me. One moment of such happiness is worth an eternity of darkness and woe." He stooped and kissed the tears from her eyes, and touched her lips with his.

A clap of thunder, loud and awful, resounded through the trembling air. All around him fell into ruin. The lovely fairy, the beautiful garden, sunk deeper and deeper. The prince saw it sinking down in the dark night till it shone only like a star in the distance beneath him. Then he felt a coldness, like death, creeping over him; his eyes closed, and he became insensible.

When he recovered, a chilling rain was beating upon him, and a sharp wind blew on his head. "Alas! what have I done?" he sighed; "I have sinned like Adam, and the garden of paradise has sunk into the earth." He opened his eyes, and saw the star in the distance, but it was the morning star in heaven which glittered in the darkness.

Presently he stood up and found himself in the depths of the forest, close to the cavern of the Winds, and the mother of the Winds sat by his side. She looked angry, and raised her arm in the air as she spoke. "The very first evening!" she said. "Well, I expected it! If you were my son, you should go into the sack."

"And there he will have to go at last," said a strong old man, with large black wings, and a scythe in his hand, whose name was Death. "He shall be laid in his coffin, but not yet. I will allow him to wander about the world for a while, to atone for his sin, and to give him time to become better. But I shall return when he least expects me. I shall lay him in a black coffin, place it on my head, and fly away with it beyond the stars. There also blooms a garden of paradise, and if he is good and pious he will be admitted; but if his thoughts are bad, and his heart is full of sin, he will sink with his coffin deeper than the garden of paradise has sunk. Once in every thousand years I shall go and fetch him, when he will either be condemned to sink still deeper, or be raised to a happier life in the world beyond the stars."




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